
In origine fu Romanzo criminale, poi è diventata Gomorra, che poi si è trasformata in Suburra, che alla fine è confluita in Cambogia. Quattro serie televisive italiane di eclatante successo, incentrate, anzi no, immerse nel piccolo mondo crudele della criminalità organizzata, fatta – ma solo per finta – di personaggi terribili e mostruosi imitati da persone reali docili e arrendevoli.
O forse no.
Forse – per una volta – è meglio fermarsi un istante prima di generalizzare, prima di lasciare indietro riflessioni che sembrano postulati già conosciuti, prima di crogiolarsi nella convinzione che quello che vediamo sullo schermo sia pura fantasia e che le attrici e gli attori siano soltanto corpi e voci posti al servizio di quella fantasia, da cui non vengono intaccati. Perché a volte succede – e certe storie ce lo hanno già insegnato – che un’attrice o un attore credano così profondamente nella parte che è stata loro assegnata da non riuscire a staccarsene: se la appiccicano addosso, vanno a dormire attori e si risvegliano personaggi.
Quasi non se ne accorgono, che la maschera che indossano si è tanto affezionata a loro da non abbandonarli neppure durante la spesa al supermercato, o la delicata riunione di lavoro, o la chiamata ad un numero di telefono che, improvvisamente, non esiste più nella rubrica del cellulare. Una voce grida al megafono che l’azione si è conclusa, invece loro proseguono a narrare una storia che, ormai, esiste davvero. Come Cambogia, titolo che ha dato all’interprete romano Valerio De Nicolais (Valerio Lundini) la possibilità di toccare con mano la fama e la popolarità nazionale, conducendolo sulla vetta dell’Olimpo cinematografico grazie al ruolo iconico di Tramezzino, membro di un clan capitolino di malviventi che fa incetta di droghe, denaro e sparatorie.
Il delinquente abita in un sobborgo periferico, ininterrotto corridoio di ladri e prostitute, di automobili lerce e scassate che sfrecciano tra marciapiedi ricolmi di spazzatura e palazzi di cui non è rimasto più neanche l’intonaco, soltanto l’ombra di qualche lampadina fulminata che li illumina all’interno. In questo territorio di quotidiano squallore, l’unica nota di apparente sollievo è la risata – soprattutto, le urla – di Luana (Benedetta Porcaroli), la ragazza con cui Tramezzino condivide l’appartamento e con cui sogna, un giorno, di scappare lontano, dove sarà facile guardare il mare senza farsi travolgere dalla mostruosità delle onde.

Il futuro desiderato dal personaggio del bandito non pare essere tanto diverso dal presente vissuto dal suo interprete, Valerio, residente nell’elegante quartiere Coppedè, via vai di professionisti altolocati e di celebrità che passeggiano protetti tra dimore barocche e taxi liberi per ogni occorrenza. Vista dal divano della sua villa, l’illegalità è, perciò, soltanto un videogioco in cui chi uccide lo fa con una pistola finta puntata verso lo schermo del televisore; tutt’al più, è un’immagine da guardare distratti al telegiornale o un copione inventato da recitare sul set. L’attore, quindi, entra ed esce continuamente da una vita simulata: il fuoco, le armi, i boati, le catenine d’oro, le bottiglie di whisky e rum che beve di tanto in tanto non sono nient’altro che oggetti di scena, come sono di scena i teppisti della banda e lui stesso; e non potrebbe essere altrimenti, dato che il suo Tramezzino, a guardarlo bene, è un criminale che di criminale non ha proprio nulla. A partire dal nome, a partire dalla sua parlata fumettistica con la “r” rigorosamente moscia; eppure, il talento di Valerio con questo personaggio diventa più che mai palpabile, la capacità di calarsi nei panni si trasforma in una performance perfetta a cui è impossibile non credere e la fascinazione che emana è in grado di intrappolare tutti, persino lui stesso.
Di colpo – è proprio il caso di dirlo – Cambogia non è più un semplice teatro di posa, ma un vero teatro di guerra in cui l’immaginazione è stata superata per farsi materia. Il protagonista della serie televisiva (Tramezzino o Valerio De Nicolais?) è vittima di un girone infernale, un universo parallelo in cui non si sa più quale sia il confine che separa finzione cinematografica ed esperienza reale e da cui – pare – sia possibile uscire soltanto compiendo alla lettera le azioni manovrate di una sceneggiatura già conosciuta.
Tra terminologie tecniche, walky-talky non troppo collaborativi e dialetti romaneschi da risata facile ma studiata, il delinquente della periferia e l’attore della borghesia si scoprono registi di sé stessi e del mondo caotico che li ha travolti, allo stesso modo in cui Valerio Lundini decide – più consapevolmente – di dirigere se stesso e i suoi memorabili, irreplicabili, geniali personaggi dopo anni di formidabili interpretazioni comiche alla tv.

Qual è il titolo della sua opera prima, allora? Cambogia, ovviamente! Ma ora non si tratta della copertina di un serial, neanche della nomea di un ambiente difficile, bensì di un film che nella sua apparente leggerezza indaga una condizione del lavoro attoriale su cui non ci si sofferma mai abbastanza: l’annullamento della propria identità di individui e di artisti in favore del riconoscimento dei soli ruoli interpretati. Con un canovaccio unto di cliché cinematografici – anche un po’ cinefili – e fresco di battute brillanti, l’esordiente regista scende nei meandri delle insicurezze, delle paure, delle fragilità inespresse degli specialisti del palcoscenico per porle sotto la luce fluorescente dei riflettori della Festa del Cinema di Roma. Ne emerge un mosaico composito di macchiette e di situazioni surreali sapientemente disposte, pensate al dettaglio per scuotere l’umore dello spettatore ma non così tanto da permettergli di chiedere dove sia, nella molteplicità dei ruoli, il vero Lundini.
Dove sarà, sarà; l’importante – vien da dire – è che sarà sempre su qualche schermo, o intrufolato tra le righe di qualche copione estroso, pronto a rischiare per non deludere mai.

