#RomaFF17, January, Recensione del film di Viesturs Kairiss

January #RomaFF17

Presentato alla 17esima edizione della Festa del Cinema di Roma in concorso nella sezione Progressive Cinema, January (trailer) è il nuovo lungometraggio di Viesturs Kairiss. Lettonia 1991: Jazis (Karlis Arnolds Avots) è un aspirante filmmaker che si trova immerso nei tentativi dei sovietici di reprimere l’indipendenza della nazione, dichiarata il 4 maggio dell’anno precedente. Alla scuola di cinema che frequenta conosce Anna (Alise Danivska) di cui ben presto si innamora. I due passano le giornate a filmare se stessi e i propri amici e a fare l’amore, ma ben presto dovranno fare i conti con la realtà.

Viesturs Kairiss mette in scena una gioventù alla ricerca di se stessa e che fa del cinema la propria vita (“o realizzo un film o mi ammazzo” dirà Anna). Ma anche una gioventù che deve fare i conti con una mondo che vuole reprimerla e negarle un futuro (molti vengono arruolati nell’esercito, senza alcuna preparazione). Il cinema diventa lo strumento per documentare quanto sta accadendo, porre l’osservatore nel mezzo dei fatti al punto da rendergli impossibile distogliere lo sguardo, anche a costo di morire. E proprio a coloro che hanno tentato di documentare quanto stava accadendo in Lettonia in quegli anni il film è dedicato.

Il regista non riesce però a tenere insieme le due anime del film: quella da coming-of-age e quella più politica, che vede nel cinema la principale forma di documentazione del reale tanto per il presente quanto per i posteri. Invece di trovarsi di fronte a un progetto coeso, January si mostra diviso in 3 parti che dialogano a fatica tra loro: l’amore e più in generale la giovinezza con tutti i suoi sogni; il primo scontro con la realtà e la messa in crisi delle proprie aspirazioni; infine l’ingresso in un incubo che è quello dei 7 giorni (dal 13 al 20 gennaio) durante i quali a Riga vennero erette delle barricate per difendere l’indipendenza dall’Unione Sovietica. È vero che il film negli ultimi 15 minuti riesce a trovare una dimensione tragica anche efficace ma ci arriva troppo tardi, quando ormai lo spettatore ha perso interesse da tempo. A dir poco esagerata la filiazione con la Nouvelle Vague e la Nová vlna. È assente la libertà e la forza anarchica di entrambe.

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