#RomaFF17: El Caso Padilla, la recensione del film di Pavel Giroud

El caso Padilla #RomaFF17

Presentato alla 17esima edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Progressive Cinema, El Caso Padilla è il nuovo lungometraggio di Pavel Giroud. Il 27 aprile 1971, il poeta Heberto Padilla, dopo essere stato arrestato per attività sovversive e controrivoluzionarie, abiura tutta la sua opera affermando che le sue erano idee sbagliate e che la Rivoluzione va sostenuta e non criticata. Pavel Giroud fa ricorso ai materiali d’archivio per mostrare la ritrattazione di Padilla e legarla al più ampio contesto socio-politico cubano. Alle immagini del poeta si affiancano ritagli di giornale, di opere delle stesso poeta, interviste ad altre figure di spicco della scena letteraria cubana e altre riprese che fanno rimbalzare la narrazione avanti e indietro nel tempo coprendo un arco che va dal ’59 a all’83.

Ad emergere sono prima di tutto le ombre e le ambiguità della Rivoluzione Cubana. Dall’euforia del ’59 e di un primo periodo in cui la libertà di espressione degli artisti era tollerata e garantita a uno in cui a vigere era un’ossessione per la sicurezza e il controllo che quella libertà iniziò a negarla, finendo con l’adottare una forma stalinista di comunismo. Una Rivoluzione che, per Castro, richiede vengano rispettati diritti e ragioni perché essa “non dipende da un capriccio dell’individuo, è un processo, è opera della necessità della volontà del popolo, i diritti dei nemici del popolo non contano“.

A farne le spese è proprio Padilla, che nel ’66 aveva elogiato il libro Tre tristi tigri di Guillermo Cabrera Infante. Un dissidente del regime castrista le cui opere furono bandite dopo il suo esilio in Europa. Nel ’68 l’uscita e il successo della raccolta di poesie Fuera de Juego, che vale l’accusa di tradimento della rivoluzione, rappresenta per Padilla il trionfo della sua posizione. Quella stessa posizione che due anni dopo negherà con forza come un errore di fronte agli intellettuali e amici dell’Unione degli scrittori e artisti cubani, attraverso dichiarazioni che sembrano assumere la forma della parodia esasperata.

La sensazione è però che il regista abbia utilizzato i materiali d’archivio a disposizione in modo fin troppo convenzionale, e la scelta di non fornire informazioni sulle ragioni e le motivazioni che hanno spinto Padilla a rinnegare tutta la sua opera (minacce? forse la tortura?) rischia di rendere l’intero film meno efficace di quanto vorrebbe essere. Ma a fare storcere il naso è soprattutto l’incapacità di far percepire allo spettatore l’importanza e la portata di questo evento che segnò l’inizio della crisi del rapporto tra la sinistra Europea e la Rivoluzione di Castro.

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