Immagini di vita. Luce sparata in camera. Problemi di messa a fuoco. Tracce audio sporche. Una grana che dona (o restituisce) una crudezza e una sorta di tattilità al racconto stesso. Così ha inizio Time (qui il trailer), film di Garrett Bradley in Selezione ufficiale alla quindicesima edizione della Festa del Cinema di Roma e disponibile su Amazon Prime Video. Un “docu-film” di stampo surrealista, che raccoglie i fili lasciati nel tempo da vecchie videocassette. Videocassette d’immagini graffiate e quasi casuali. Pausa. Cambio marcia. L’immagine si digitalizza. La “realtà” dell’immagine cinematografica mostra la sua natura finzionale. Dal graffio delle riprese precedenti, si passa a un’inquadratura liscia e perfettamente bilanciata. Time si trasforma così, da diario, in un racconto intermediale che, partendo dal tempo stesso, gioca in una scomposizione che coinvolge tanto l’esperienza narrata, quanto l’audiovisivo stesso.

Il punto di partenza del film è la volontà stessa di voler raccogliere materiale di vita. Robert e sua moglie Fox, in un periodo di distruzione personale, infatti, decidono di rapinare una banca. Ciò, sebbene solo narrato in fuoricampo, rappresenta appunto il motivo ontologico stesso del film, in quanto Fox, madre di quattro figli e incinta di due gemelli, prende la decisione di documentare tutto ciò che succede per darne prova materica al marito stesso, condannato a diciotto anni di carcere. Il racconto, tuttavia, si evolve e decide di mischiare tempi e “status ontologici”, realtà e messinscena, cercando e riuscendo così a cogliere una vera “totalità” che si dispiega in un flusso evolutivo (anche a livello tecnologico).  

Pellicola, digitale, autobiografie cartacee. Video di stampo casereccio e di stampo “cinematografico”, dirette Instagram. Dal filmico al profilmico, Time apre una riflessione interessante che ricopre tanto la storia stessa narrata, quanto lo statuto stesso dell’audiovisivo. Nella sua intermedialità e nella sua forma puramente surrealista, ma anche postmoderna (soprattutto postmoderna), il film di Garrett Bradley s’interroga sull’artificialità e sulla realtà. Il montaggio, infatti, non a caso si sofferma su riflessi in specchi d’acqua o specchi reali, che però non sono usati per riprendere la totalità, ma solo piccole porzioni, come ombre, occhi o immagini in décadrage. Tale scelta sottolinea come sia impossibile raccogliere l’intero flusso temporale in un unico fotogramma, che può coglierne invece solamente una parte. Inoltre, se la natura stessa della fotografia e del cinema è quella di analogon, di duplicazione esatta della realtà, allo stesso tempo, fin dalla seconda sequenza, con il profilmico si vuole marcare come tutto ciò che viene registrato alla fine sia una sorta di falsificazione. Una falsificazione che, a maggior ragione con la perdita di quella sostanza tattile data dalla pellicola, non può restituire totalmente il dolore delle esperienze perse e del tempo.

Un tempo perso. Un tempo che vola, come dirà Justus, forse vero protagonista e vera chiave di lettura di tutto il racconto. Tutta l’operazione effettuata, infatti, sebbene rimarchi quella che Derrida, in chiave freudiana, definirebbe “angoscia di morte”, ovvero il tentativo di archiviare e immagazzinare immagini al fine di mantenerle in vita e farle rivivere, pone come suo nocciolo la scomposizione. Partendo dalla scomposizione data dal montaggio, ma anche dell’esperienza stessa, cosparsa di fuoricampo, e del medium (da analogico a digitale e da amatoriale a professionale), il film ti conduce verso la presentazione di Justus stesso. Nato qualche mese dopo l’inizio dell’intera operazione, il suo nome, scomposto, significa “solo noi”. Un “solo noi” che raccoglie, fragilmente, la consapevolezza di un’esistenza che, nonostante le raccolte video, non potrà essere restituita, lasciandoti solo. Così, si arriva alla fine stessa del film, dove un’immagine analagon, un’immagine cartonata viene bruciata, riaprendo alle immagini d’archivio.  Riaprendo a quel graffiato che non scorre più in avanti, ma all’indietro, alla ricerca dell’inizio, alla ricerca di poter recuperare qualcosa di irrecuperabile.

In sostanza, Time è un’eccellente occasione per riflettere sull’importanza del momento, sul tempo, ma anche sulla dialettica costante tra realtà e finzione e tra analogico e digitale, dove il primo, soprattutto con la scelta della sequenza finale, diventa l’unico vero tentativo, grazie alla sua tattilità, di aggrapparsi a un tempo effimero e scomposto.

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