#PesaroFF62: i corti in Concorso della prima giornata

La prima giornata del concorso della 62° edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, si apre con tre cortometraggi che cercano, graziosamente, di raccontarci spazi di mondo indefiniti. Dai manuali su come costruire monumenti religiosi thailandesi in Local Sensations, dal saggio sul cinema pre e post Perestrojka uzbeko di Swan Lake fino alle possibilità del racconto nel cileno Silencio Azul. Nei dolci meandri del cinema sperimentale, ecco le nostre recensioni.

LOCAL SENSATIONS di Tulapop Saenjaroen

Local Sensations, la recensione del corto a cura di DassCinemag

Che la memoria necessiti di monumenti è forse un’idea persistente nell’immaginario di una storia della modernità. Dai grandi complessi celebrativi del Novecento fino a forme più contemporanee della commemorazione pubblica, il monumento non è mai stato altro che il tentativo di sopravvivere e sottrarsi all’erosione del tempo, pensando architettura e memoria come di un dittico quasi indissolubile. Interessante, allora, come Tulapop Saenjaroen metta in scena un dialogo libero e apparentemente scherzoso – girato in b&n su pellicola 16 mm – con il saggio di Chatri Prakitnonthakan How to Design a Modern Monument That Won’t Become a Shrine, con il fine di denunciare l’impossibilità di fissare la memoria una volta per tutte, interrogandosi – attraverso la presenza ricorrente del musicista, la rappresentazione di ambienti urbani e naturali, la grana stessa del 16 mm – non tanto su ciò che deve essere ricordato, quanto sul bisogno stesso del ricordare. Local Sensations è allora la ricerca ossessiva di Tulapop Saenjaroen di «una sorta di attrito, uno scontro tra logiche diverse», che impedisce tanto all’idea di chiudersi nell’autoreferenzialità del concetto quanto al reale di apparire come un dato neutro e immediato, trovando la propria ragion d’essere nel desiderio di monumentalizzare e di interrogare quella memoria che il tempo è destinato, prima o poi, a mettere in discussione.

SWAM LAKE di Saodat Ismailova

Swan Lake, la recensione del corto a cura di DassCinemag

Tandem nei vasti universi cinematografici sovietici. La proposta della regista Saodat Ismailova è quella di abbinare, in un, seppur tedioso, split screen quarantaquattro opere provenienti da vari paesi dell’Unione Sovietica: prima e dopo la Perestrojka. Promulgando un contrasto di svariate immagini, interessanti dal punto di vista significativo, l’opera attua. una forte coscienza politica. Nel voler mostrare quei brevi segmenti di cinema sovietico, scorgiamo il desiderio di conferire al cambio generazionale una valenza storica: una nuova prospettiva. La settima arte diventa l’elemento basilare per poter tracciare una linea di confronto tra il sogno di Gorbačëv e la sua morte. Una danza sinuosa, quella delle immagini, tra gli incanti e disincanti, deliri e comprensioni, di un periodo storico che ha segnato un’epoca. 

C’è anche l’ipnotizzatore della televisione uzbeka Anatoly Kashpirovsky, che negli anni ottanta aveva il compito di cercare grottescamente di ipnotizzare le masse a favore del governo. Ecco il medium che si fa arma (sciatta) contro il popolo. E sul finire ci domandiamo: chi sono gli ipnotizzatori d’oggi? Ai posteri l’ardua sentenza. (di Francesco Rosati)

SILENCIO AZUL di Matías Rojas Ruz

Silencio Azul, la recensione del corto a cura di DassCinemag

Le onde si infrangono dirompenti sulla spiaggia, anzi, sullo schermo e noi rimaniamo a guardarle estasiati. Il loro moto viene esaltato dalla bellezza delle immagini. Dolcemente, un transizione incrociata ci porta alle mani di una donna, che con un mattarello lavora dell’impasto. 1965: in Chile, al largo di Manquemapu la nave Janequeo si ribalta uccidendo cinquantuno persone. Matías Rojas Ruz realizza un breve docu-corto partendo dai racconti dei testimoni di quel giorno nefasto, unendo le immagini logore del relitto che ormai giace in un sonno profondo sul fondo del mare. L’opera è realizzata sfruttando le potenzialità visive delle pellicole da sedici ed otto millimetri: immagini complesse riportate a bassa definizione per poter riempire i vuoti, l’essenza della grana, con le voci dei testimoni. Interessante l’uso del montaggio che riesce a creare un contrasto netto tra antico e moderno oltre che a presenza materica e sensazione.

Come detto dal regista stesso, la scarsità di materiale audiovisivo «mi ha costretto a riflettere su come catturare l’essenza di queste storie» Il risultato è un film di ricerca, un saggio visivo di notevole livello sull’importanza del ricordo e sulle istanze del racconto. (di Francesco Rosati)

Di Lorenzo Chiani e Francesco Rosati.

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