
Per una lunga tradizione teorica, da André Bazin in poi, il cinema (e con esso la fotografia) ha rappresentato il medium perfetto per riprodurre il reale, tanto da individuare l’obiettivo primo della settima arte nel rivelare l’essenza ontologica del reale, senza manipolazione alcuna e lasciando intatti sia lo spazio che il tempo. È, allora, quanto meno interessante il gioco di specchi che mette in scena Sanaz Sohrabi, artista iraniana che con il suo An Incomplete Calendar (trailer), poiché – guidata da una costante diffidenza verso ciò che vede – ribalta la traiettoria tradizionale del documentario, trasformando il materiale d’archivio in un terreno attraverso cui interrogarsi sulla potenza delle immagini e dei suoni.
Presentato nel Concorso della 62ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, questa costellazione di memorie prende il via da un vinile inciso nel 1980 dal coro dell’Università Centrale del Venezuela per celebrare il ventesimo anniversario dell’OPEC, l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio fondata a Baghdad nel 1960. Stimolata dal «realizzare un archivio delle periferie», la regista iraniana interseca così materiale eterogenei – dischi, francobolli, lettere, riviste, film e fotografie – con il fine di ripensare l’immaginario storico legato al petrolio, qui identificato come leva nelle lotte di liberazione dei palestinesi e nella costituzione di una solidarietà panaraba e terzomondista, il cui orizzonte comune verrà successivamente dissolto dalla ridefinizione dei nuovi equilibri geopolitici e dal trionfo del neoliberismo.
Spinto dalla necessità di «portare in primo piano una storia perduta che non bisogna dimenticare», An Incomplete Calendar finisce inevitabilmente per mettere in crisi la fiducia nell’immagine cinematografica come ritratto trasparente del reale, ribaltando il tradizionale realismo estetico in favore di un reale politico, storico e urgente. Sohrabi, allora, prende le distanze dalle forme più canoniche del documentario, scegliendo di guidare lo spettatore attraverso un voice-over che porta costantemente con sé la memoria e la soggettività di chi prende la parola. E così le voci sono vive, trasudano nostalgia, orgoglio, disperazione e senso di appartenenza, perché le immagini – il cui passato è stato riscritto o cancellato dalla storia – non bastano più a sé stesse.
Nel tradire la ricerca di una linearità narrativa, An Incomplete Calendar finisce con il sovrapporre le immagini attraverso l’utilizzo di split screen, materiali d’archivio e contemporanei, con la volontà di procedere per associazioni più che per progressione, riflettendo una storia – che attraversa l’OPEC, la Palestina, l’Iran, il mondo Arabo, l’America Latina e il Sud Globale – che non può essere raccontata in modo lineare perché lineare non lo è mai stata.

