Malcolm & Marie Netflix

Quello tra Sam Levinson e Zendaya è un sodalizio artistico che sta iniziando ad assumere contorni sempre più solidi e definiti. Di certo è Euphoria ad aver piantato il seme di questo rapporto, serie TV fulminante a targa HBO adagiata su misura sopra il personaggio di Rue, che sicuramente condivide spazio e tempo con l’interessantissima Jules di Hunter Schafer che eppure il regista coccola un’unghia di meno. È tagliato su misura sulle spalle di Zendaya anche Malcolm & Marie (trailer), primo vero caso di cinema da contingenza pandemica, concepito, scritto e girato durante alcuni dei mesi più duri del 2020 per gli Stati Uniti (giugno e luglio).

Di fatto è la sua Marie a dettare i tempi di una serata nervosa per la coppia che forma assieme al Malcolm di John David Washington, pronta alle schermaglie al rientro a casa dopo la premiere del nuovo film presentato dal compagno. È lei, sin dall’inizio, il polo pragmatico, terreno tra i due: va subito in bagno appena mette piede in casa, mentre lui si crogiola mettendo su della musica; prepara “maccheroni & cheese” (che poco dopo odieremo perché consumati con fastidiosa masticazione) mentre lui si versa da bere e si compiace delle prime e buone impressioni ricevute per il suo lavoro. È sempre lei a lanciare il manifesto programmatico della successiva ora e tre quarti con un “I can’t hear you!” che non lascia troppo spazio all’immaginazione.

Insomma, Levinson adora la sua musa. La adora a tal punto da ripiegarsi su sé stesso e sul suo percorso creativo nel momento in cui instaura rimandi e what if interni al testo (nel testo) che non possono non solleticare le fantasie di chi guarda. Perché Zendaya è Marie, ma è ancora Rue o quantomeno una sua versione idealmente futuribile, o forse semplicemente alternativa. È infatti una ex tossicodipendente che pare mai davvero aver superato certe problematiche, ispirazione del personaggio protagonista del film di Malcolm che sarà motivo dei violenti scontri all’interno di questa dimora immersa nel silenzio nei dintorni della (ai tempi) sospesa macchina dei sogni di Los Angeles.

Malcolm & Marie Zendaya

E quindi ancora il tema della droga, che seppur latente torna come filo conduttore di un’indagine che Levinson sembra compiere nei processi psico-analitici di una gioventù tossica e intossicata – lo abbiamo visto in particolare con le due recenti sedute di terapia degli episodi speciali di Euphoria dedicati appunto a Rue e Jules. Tossico lo è anche Malcolm, prototipo dell’artista, narciso e contraddittorio che cerca libertà nell’arte ma che si inietta in vena l’opinione critica ipertrofica (alla quale categoria Levinson lancia divertite stilettate e nei confronti di cui prende prima del tempo qualsiasi contromisura).

Poi in realtà Malcolm & Marie non fa altro che procedere seguendo il principio della dissertazione, saldando nel centro un nucleo da quale partire (l’opera di Malcolm) per andarlo a fare a fettine da passare al microscopio della vita. Il risultato non è propriamente quello sperato. Perché nonostante il regista che cura da sé la sceneggiatura, per la produzione, tra gli altri, degli stessi Zendaya e Washington, tenti di rendere piccoli processi più o meno incidentali come incubatrici di riflessioni e centri di aggregazione dell’Io e dell’Io all’interno di un rapporto, i residui finali si coprono più del sofisticato-ad-ogni-costo che di un reale stimolo al pensiero.

Non convincono certi start&stop tra una sfuriata e l’altra, non convince un tono che sfiora in alcune occasioni il comico al confine dello slapstick umorale ma poi mai coltivato. Forse, non convince nemmeno la sensualità di un bianco e nero che cala a patinare in modo estremamente suadente l’intero film, bellissimo visivamente e per questo ingolosito al cedere al glamour dei due straordinari corpi dei protagonisti al limite del fascino da vetrina.

Rimane la dedica che Malcolm non fa a Marie ma che Levinson fa a Zendaya, anima calda di un processo artistico che i due sicuramente torneranno a esplorare e che trova in Malcolm & Marie, distribuito su Netflix, non un picco ma probabilmente solo un tiepido colpo d’assestamento per qualcosa di più glorioso a venire.

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