
Le città di pianura (trailer) è il secondo lungometraggio di Francesco Sossai, presentato in anteprima al Festival di Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard. Ambientato in un Veneto molto particolare, che appare come uno spazio sospeso e indefinito, che rimanda a volte agli USA, altre volte al Giappone, il film segue due cinquantenni ubriaconi, Carlobianchi (Sergio Romano) detto Charlie White e Doriano (Pierpaolo Capovilla). I due, nell’attesa del ritorno dell’amico Genio (Andrea Pennacchi) dall’Argentina, vagano sulla loro macchina in cerca dell'”ultimo bicchiere di birra” della serata. Un ultimo bicchiere che sarà sempre seguito da un altro: e proprio durante questa eterna ricerca i due si imbattono in Giulio (Filippo Scotti), studente universitario serio e timido, di spirito completamente opposto all’energia prorompente, dionisiaca, incosciente dei due uomini.
Da qui, il film prende la strada della storia di formazione, seguendo in un certo senso l’esempio de Il sorpasso. I rimandi al film di Dino Risi sono evidenti, non solo per l’incontro-scontro tra l’apollineo giovane dedito allo studio e la forza dionisiaca da un lato di Vittorio Gassman, dall’altro dei due ubriaconi. Ricorre anche l’elemento della macchina, anche se con implicazioni molto diverse. Nel film di Risi i personaggi sfrecciavano in un ambiente vivace che viveva i frutti del boom economico, tra cui la stessa Lancia Aurelia. Ne Le città di pianura, al contrario, l’ambiente è spento e la Jaguar malmessa di Carlobianchi contribuisce all’atmosfera dolente del film, in cui i personaggi si aggrappano al passato e ai ricordi. Ricordi che assumono quasi i tratti di leggenda, come nel caso di un mitico tesoro sepolto da Genio prima di fuggire in Argentina, e che vengono inesorabilmente spazzati via dal progresso industriale ed edilizio.
Attraverso questa sgangherata macchina i tre si lanciano in quello che di fatto è un road movie privo di meta attraverso le strade del Veneto e le città di pianura, di locale in locale, mentre emergono elementi del passato di Carlobianchi, Doriano e Genio. Un viaggio in macchina che assume le dimensioni di un percorso interiore, di crescita per Giulio, che ha molto da imparare dallo stile di vita dei due ubriaconi, interpretati meravigliosamente da Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla che distruggono quell’ideale di mascolinità spesso insito a storie, come questa, prettamente al maschile. E le loro facce, così espressive, si imprimono nella mente dello spettatore come indimenticabili. Attraverso i loro ricordi, emerge il ritratto di una generazione di mezzo, che ha affrontato la crisi del 2008 e ne è uscita disillusa e senza speranze. Nell’ideale dell’”ultimo bicchiere” i due hanno ritrovato una vitalità che in queste deserte strade del Veneto sembra perduta, e sono persino convinti di aver scoperto il senso della vita, salvo poi dimenticarlo. Ma anche di questo non sembrano particolarmente preoccupati.

Nel film si intrecciano tantissime tematiche, trattate tutte senza alcun intento di fare facile moralismo ed evitando toni didascalici che troppo spesso contraddistinguono i film italiani da molti anni a questa parte. La sceneggiatura è abile nell’alternare scene di leggerezza, caratterizzate dai folli dialoghi dei due uomini, a momenti di poesia e di sospensione, in cui i silenzi dominano la scena. Sono le immagini a portare i significati, rese ancora più belle da una fotografia splendida e accompagnate da un’ottima colonna sonora. E se il finale, in un certo senso, a livello prettamente narrativo, si conclude senza sorprese, in linea con il percorso di formazione di Giulio, usciti dalla sala è impossibile non sentire la mancanza di questi personaggi che nel loro essere così falliti, imperfetti, umani, caricaturali eppure veri, riescono a conquistare il cuore dello spettatore in appena un’ora e quaranta.
La seconda opera di Sossai si dimostra dunque un film dal grande fascino e capace di regalare delicate emozioni, prendendo qualcosa dal passato, ma con una grande voglia di parlare del presente e di portare al cinema qualcosa di nuovo. Indubbiamente, si tratta di una voce fuori dal coro, nell’attuale panorama delle produzioni italiane. Non solo per la grande qualità del prodotto in sé, ma anche grazie a una messa in scena che si allontana di molto dalla media dei film che siamo abituati a vedere nelle nostre sale. Con la presentazione a Cannes de Le città di pianura, questo giovane regista ha dimostrato di poter ambire al successo internazionale. Come minimo, se continuerà la sua carriera rispettando le aspettative, diventerà una delle voci più interessanti del nostro cinema.

