L’uomo dei sussurri, la recensione: tra paura e mistero

L'uomo dei sussurri, la recensione a cura di DassCinemag

 «Se infelice la strada percorri, arriva l’uomo dei sussurri».

La filastrocca è il primo passo dentro il mondo di Jake, un bambino che vive con il padre vedovo Tom Kennedy, interpretato da Adam Scott. Da subito la realtà sembra avere qualcosa di storto: Jake vede persone che non esistono, mentre la casa si riempie di presenze che per lui sono concrete. Il film sceglie di stare dalla sua parte, di guardare tutto attraverso i suoi occhi. Per un po’ L’uomo dei sussurri (trailer) sembra avere le stesse dinamiche de Il sesto senso.

Le finestre socchiuse, i rumori nella notte e la presenza costante di qualcosa che sembra osservare i protagonisti contribuiscono a creare un forte senso di inquietudine. James Ashcroft riesce a mantenere una tensione costante, specialmente quando la storia sceglie di concentrarsi sulla paura. Poi arriva qualcosa di molto più reale. Jake sparisce e quella che sembrava una storia di fantasmi prende un’altra direzione. L’horror lascia spazio al giallo, le visioni diventano indizi e il film comincia a spostarsi dalla paura alla ricerca.

A fare da ponte sono soprattutto l’investigatore Peter Willis (Robert De Niro) e la poliziotta Amanda Beck (Michelle Monaghan). Con loro il film acquista un’altra energia e assume le dinamiche dell’indagine, senza perdere quella componente misteriosa che aveva caratterizzato l’inizio. Il cast è senza dubbio una delle componenti migliori del film. Adam Scott, De Niro, Michelle Monaghan e Owen Teague riescono a dare alla vicenda un’interpretazione intensa e convincente.

Poi c’è Michael Keaton, nei panni di Frank Carter, che compare in prigione. Grazie alla sua figura emerge il tema del padre trasformato in mito. Un figlio può finire per costruirsi un’immagine del proprio padre molto più grande dell’uomo reale, e arrivare a cercare in quella figura un modello da seguire, anche quando non ne conosce davvero la storia. Ad accompagnare il mistero c’è quindi una storia di padri e figli che si perdono e finiscono inevitabilmente per ritrovarsi, condividendo molto più di quanto pensassero. Il rapporto fra Jake e il padre, invece, non è tanto legato a questo concetto quanto al semplice sviluppo della trama.

Nonostante le sue qualità, però, L’uomo dei sussurri non riesce a essere davvero originale e utilizza molti elementi ormai fin troppo familiari al genere. Il killer dietro le sbarre, il detective tormentato, il bambino scomparso e i segreti nascosti nel passato.

Il film costruisce buona parte della propria tensione attorno ai colpi di scena, non tutti però sembrano avere la stessa efficacia. Alcuni funzionano perché aggiungono un nuovo tassello al mistero e danno allo spettatore un indizio o una verità sul passato. Altri appaiono invece più bruschi e meno necessari, quasi inseriti per riportare improvvisamente l’attenzione su una storia che, nei momenti più lenti dell’indagine, perde lo slancio. Forse il film avrebbe funzionato meglio fidandosi della propria indagine e lasciando che fossero i personaggi e gli indizi a sostenere il ritmo. Perché quando L’uomo dei sussurri rallenta per approfondire il mistero è spesso più interessante di quando sente il bisogno di accelerare improvvisamente con l’ennesima svolta.

È proprio nel finale che L’uomo dei sussurri riesce a dare un senso ai dualismi costruiti lungo il film. L’horror e il giallo, l’indagine e l’incubo, i padri e i figli. Tutto ciò che il film aveva tenuto separato torna a incontrarsi nelle scene finali, quando la ricerca di Peter e Amanda trova finalmente le sue risposte e la storia recupera con forza la componente horror. È un ritorno tanto efficace quanto brutale, che permette al film di chiudere il cerchio e di dare un peso diverso anche ai rapporti tra i personaggi.

Disponibile su Netflix.

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