Un poeta, la recensione: poesia felice

Un Poeta recensione del film di Simón Mesa Soto Cannes 2025 Dasscinemag

Óscar Restrepo si definisce «un sempiterno, un perpetuo sognatore, un cercatore di chimere attraverso la parola». Sua sorella Yolanda preferisce chiamarlo per quello che è: un disoccupato. Sono decenni che rincorre la sua ossessione per la poesia e ormai ha rinunciato a trovare un posto nel mondo reale che, si sa, è scritto in prosa. A 56 anni vive con sua madre, è divorziato e ha una figlia adolescente che prova pena per lui. Di sera frequenta un centro culturale, dove può consolarsi nel ricordo dei premi letterari vinti trent’anni prima; ma quando le cose vanno male — quasi sempre — si ubriaca e, in preda al delirio, declama in mezzo alla strada i versi del suo poeta preferito: José Asunción Silva. Di Silva ha un ritratto appeso al muro della camera da letto, quando sua sorella lo rimprovera Óscar alza lo sguardo verso quella sorta di immagine sacra e con gli occhi gli domanda: «Che devo fare?». Non è certo il consigliere più affidabile, dato che si è sparato a trent’anni. Questo poeta triste finisce per insegnare al liceo; ma in classe beve e vaneggia gridando di poesia e buchi neri, gli unici argomenti che sembrano interessargli. A scuola conosce Yurlady, quindicenne povera e poetessa in erba, che gli appare come l’occasione, forse ultima, per riscattare le sue ambizioni deluse.

Il regista Simón Mesa Soto, quarantenne di Medellín, sa che essere artisti significa stringere un patto di sangue con l’incertezza. Nel 2014 vince la Palma d’oro per il miglior cortometraggio e inizia la carriera accademica presso l’università dell’Antioquia. Sette anni dopo esce il suo primo lungometraggio: Amparo, un film promettente ma duramente compromesso dalla pandemia. Ritrovatosi in un’impasse, artisticamente paralizzato e assorbito nell’attività da cattedratico, inizia a considerare l’idea di abbandonare per sempre l’ambizione di fare cinema. È proprio insinuandosi in quella crepa aperta tra le sue ambizioni e la realtà che trova la materia prima per Un Poeta (trailer): film realizzato, dice, come “atto di salute mentale”. L’arte nasce da ciò che ci ferisce: «non esisterebbe — diceva Tarkovskij — se il mondo fosse perfetto». Il suo luogo è proprio quello spazio abissale che separa il nostro universo interiore dal mondo reale.

Negli ultimi anni molti film hanno raccontato le parabole di artisti incapaci di guadagnarsi da vivere, stritolati nelle contraddizioni di un sistema che non li premia e costretti a fare i conti, attraverso l’arte, con quella crepa abissale che li separa dalla realtà. La mattina scrivo di Valérie Donzelli si inserisce in questo filone raccontando la storia di Paul Marquet: un parigino che abbandona una professione ben remunerata per dedicarsi alla scrittura. Anche lui, come il poeta Óscar, è un uomo di mezza età, ha un piccolo successo editoriale alle spalle, scivola nella povertà, preoccupa la sua famiglia, ha un’ex compagna e dei figli che lo compatiscono. La prospettiva di Donzelli, però, è intrinsecamente borghese: il film guarda al protagonista con pietà e finisce per mitizzarne la condizione precaria. A un certo punto Paul si rasa il capo e comincia a somigliare a un bonzo: una sorta di asceta della letteratura, non imbarbarito dall’indigenza ma quasi elevato spiritualmente. 

Un Poeta sceglie il tono opposto: irriverente e umoristico. Scena dopo scena intensifica quel “sentimento del contrario” pirandelliano in cui gli impulsi del cinismo e dell’emotività convivono senza risolversi. Lo sguardo è insieme dissacrante ed empatico, emotivamente coinvolto anche se caustico. Nessuno è risparmiato da quest’ondata corrosiva: la scuola, la famiglia, i giovani borghesi, gli alcolisti, i poveri, i poverissimi e gli intellettuali — tutti sono ritratti impietosamente, a smascherare una realtà umana intrisa di opportunismo in cui è impossibile non specchiarsi. Ridere così amaramente significa riconoscere sé stessi nel ridicolo e il ridicolo in sé stessi. 

Se il film sprigiona questa vitalità, il merito è da attribuire in larga parte all’attore principale. Ubeimar Ríos non è un professionista: nella vita insegna filosofia come il suo personaggio e si appassiona di musica heavy metal oltre che, ovviamente, di poesie. La sua è un’interpretazione heavy metal — indomabile, abrasiva, tellurica — e insieme jazzistica, capace di esondare al di fuori di qualsiasi partitura iniziale. Non è cucita su misura attorno a un’idea saldamente preconcetta e sviluppata linearmente lungo un arco di trasformazione, ma si autodistrugge e si ricrea di continuo. I registri del pantomimico e del realistico si alternano con disinvoltura, il carisma di Ríos erutta in ogni sequenza — nelle sbronze, nei silenzi imbarazzati, nelle corse scalmanate — e fa affiorare il tumulto interiore che il personaggio non riesce ad addomesticare. 

È intorno a questo disordine vitale e doloroso che si costruiscono anche gli aspetti formali del film. Il 16 mm è contrappuntato da innesti digitali diegetici; la macchina da presa pedina l’azione con andamento irrequieto — sempre a spalla, palpitante, con un largo uso di carrellate ottiche — il montaggio è brutale. Quello di Simón Mesa Soto è un cinema gestuale che dichiara sé stesso, anti-trasparente senza perdere di vista la realtà emotiva dei personaggi.

L’approccio integralmente anarchico è anche un tentativo di sovvertire il canone del cinema colombiano: una cinematografia spesso finanziata da produzioni europee — in questo caso c’è lo Swedish Film Institute — e che, ammiccando ai festival, finisce per ricalcare ciò che gli europei vogliono vedere della Colombia: il narcotraffico, la miseria, il razzismo e la prostituzione nel quadro rassicurante del dramma sociale. Il film smaschera questo esotismo subdolo — nella scena catartica al Festival de poesía — e nella sua stessa natura lo disattende, trovando un equilibrio spontaneo tra la dimensione colombiana e quella universale del racconto.

Óscar è un disilluso, un sempiterno sconfitto che non troverà mai le chimere che cercava. Chiede solo di non smettere di credere in lui: poeta triste che cerca di scrivere una poesia felice.

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