Il richiamo della foresta di Chris Sanders

Flaubert diceva bene quando sosteneva che “scrivere è sempre riscrivere”, seppur ignaro che questa sua affermazione avrebbe avuto una valenza più ampia con l’avvento del cinema narrativo. Con questo medium non solo si ha bisogno di più draft, come nella scrittura di un romanzo, ma bisogna mettere in conto che tutte le storie sono state già scritte. Come nella musica, le note sono quelle, non ce ne sono altre, ma le melodie sono infinite in base al modo in cui quelle identiche note vengono mixate. Inoltre, nell’80% delle storie ambientate sul grande schermo la riscrittura assume una terza valenza, quella di “adattamento” da un testo letterario o da una pièce teatrale o anche da un articolo o da un saggio. Tra il 2018 e il 2020, dalla Francia (Zanna Bianca), all’Italia (Martin Eden), fino agli Stati Uniti (Il richiamo della foresta, qui il trailer), questa pratica ha visto come protagonisti i romanzi di Jack London. Autore che ha sempre saputo applicare con grande maestria la nozione delle note e delle melodie.

La sua è sempre la stessa storia: il vagabondaggio, la “call of the Wild”, la voglia di riscatto, il sentirsi stretti in una vita che non ci appartiene. Sebbene a livello letterario si abbia un percorso inverso, nel cinema si è assistito a un’inversione cronologica, che ha visto dapprima un incatenamento di una natura selvaggia dentro regole che poco gli appartengono (Zanna Bianca), poi un inserimento in queste stesse logiche, qui legate alla “società borghese”, dentro le quali l’individuo sembra aver perso ogni scintilla, diventando apatico (Martin Eden), per approdare infine in un percorso a ritroso rispetto all’inizio, ovvero che vede un pesce fuor d’acqua, uno spirito selvaggio imborghesito e immemore delle proprie origini, intraprendere il campelliano e vogleriano Viaggio dell’eroe alla ricerca del vero sé, che lo vede ritornare alla foresta da cui tutto era partito (Il richiamo della foresta).

Per quest’ultimo caso, la Disney, tramite la 20thCentury Studios, ha deciso di affidarsi a un regista come Chris Sanders che già precedentemente con Lilo e Stich e Dragon Trainer aveva immerso le mani in storie legate al senso di appartenenza e alla ricerca di un proprio posto nel mondo. Tematiche che ne Il richiamo della foresta, grazie sia al romanzo di partenza che alle esperienze pregresse del regista, trovano la loro massima espressione in quello che sembra un moderno e digitale Spirit – Cavallo selvaggio, forse con qualche forzatura in più.

Il richiamo della foresta di Chris Sanders

Si inizia con un establishing narrativo, reso visivamente tramite una grafica che molto ricorda Mulan, progetto nel quale, non a caso, lavorò lo stesso Sanders. Il voice over di Harrison Ford ci colloca nel periodo della “caccia all’oro”, periodo in cui occorrevano massicci cani per poter trasportare le slitte. Appare quindi Buck, un cane in una cgi molto lontana da quella iper-realistica de Il re leone e più vicina a quella del cartone 3D. Subito si mostra come un soggetto incapace di adattarsi alle regole che la società civile sembra imporgli. Tutto è troppo stretto, sia a livello concettuale che a livello fattuale. Inizia così il suo viaggio, suo malgrado, verso un mondo straordinario dove ogni vittoria e ogni passo verso l’accettazione del vero sé è, tuttavia, seguita da perdite e ferite, necessarie a un distaccamento da una società malata nella quale anche il progresso tecnologico (come l’avvento del telegrafo) è visto come elemento di rottura e perdita.

In una struttura classica, ma arzigogolata rispetto alla norma, ovvero che mischia i beats pur rimanendo di facile comprensione, Harrison Ford rimane per metà film quasi del tutto assente a livello visivo, escluse due comparse che servono a “set-uppare” qualcosa che nel “pay off” sarà cruciale. Di lui si ha solo la voce fuori campo che aiuta lo spettatore ad addentrarsi nella storia muta di un cane, similmente a quanto avveniva nel 2002 con Spirit, dove però non si aveva il voice over di un narratore, ma direttamente dei pensieri dell’animale stesso. Buck qui è muto, parla con i gesti, ma questa scelta è fondamentale per rimarcare come la vittoria si possa avere solo nel ritorno del selvaggio, al di fuori del logos e di tutto ciò che ora è considerato come civile e di cui solo la scrittura, che rappresenta la voce narrante di Harrison Ford, può sopravvivere al di là della sua stessa esistenza scritta.

Chris Sanders, nel tipo di animazione, più “grezza” rispetto agli standard raggiunti dall’attuale tecnologia, nella scelta stessa di Harrison Ford e nel modo in cui ha riadattato sia il romanzo stesso che una storia scritta e riscritta, è riuscito a trasmettere il messaggio lanciato, più di cent’anni fa, da Jack London, quello appunto di un ritorno alla Natura. Infatti, Il richiamo della foresta è una storia già sentita e già vista e che, forse, rispetto ai precedenti presenta anche qualche sbavatura, ma il cui messaggio è così forte che, sebbene rischi di lasciare dubbiosi gli spettatori più maturi, all’interno di un target più giovanile può riuscire con forza a portare avanti un’immersione e identificazione totale, capaci di imprimere vigorosamente una melodia che utilizza sempre le stesse note, ma con una rinnovata struttura.

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