Il diritto di opporsi, la recensione del film

Il valore di una vita. Il valore della libertà. Il diritto di opporsi (trailer) si apre con un filo finissimo appeso a un albero, simbolo di quanto sia precaria e fragile l’esistenza di un uomo. Uno sprazzo di cielo in mezzo agli alberi. Quel senso d’impotenza, marcato dal modo in cui la macchina da presa, quasi invisibilmente, inquadra la scena; un senso d’impotenza, ma anche la voglia di poter scalare qualcosa d’insormontabile per ottenere un po’ di misericordia (non a caso in originale Just mercy).

Tratto da una vicenda realmente accaduta, già dalla prima sequenza, con uno stile che vibra grazie al lavoro effettuato dalla colonna sonora, emerge una dinamica che non affonda le proprie radici nella disperazione, ma che si aggancia alla perseveranza di un uomo, l’avvocato Bryan Stevenson (Michael B. Jordan), di cercare quella misericordia e quel senso di giustizia che tutti meritano e che negli Stati Uniti pochi riescono a ottenere. Le inquadrature e il sonoro rendono l’idea di un disco rotto, il sistema americano, che blocca i personaggi in un ciclo di sconfitte che sembrano non trovare una luce.

La grazia sembra negata alle persone che la società, in questo caso una piccola cittadina dell’Alabama, definisce come “emarginate” per motivi di genere, di religione, di soldi o di semplice colore della pelle. Il disco rotto rappresenta, quindi, un sistema, che i titoli di coda rimarcano essere purtroppo ancora attuale, che, nonostante le evidenze, ha difficoltà a cambiare. In ciò, il film nella sua stessa struttura, ma anche tramite piccole scene puramente visive o che evocano immagini tramite lo sguardo dei personaggi, cerca un varco per distruggere una routine che non tiene conto dell’umanità. I bicchieri di latta suonano sulle sbarre. Un uomo disperato ricorda un odore di bruciato: l’odore di un uomo. Un uomo che, sostiene il film tramite un gioco di sguardi e di parole, non perde il proprio statuto neanche di fronte alla fine, ma che trova in questa situazione tragica, la forza di nutrire la speranza di un cambiamento futuro.

Il diritto di opporsi, la recensione del film

Il diritto di opporsi, adattato, oltre che da una storia vera, dall’omonimo libro scritto dallo stesso Bryan Stevenson, è film classico, dove l’impianto filmico non cerca di far rimanere a bocca aperta lo spettatore. Destin Daniel Cretton, infatti, già abituato a trattare tematiche legate a persone in difficoltà, che sembrano abbandonate da un sistema che non funziona (es. Short Term 12), decide di cercare una semplicità che, tramite il sonoro, alcuni frame, i dialoghi e la performance degli attori (in particolare emergono Jamie Foxx e Tim Blake Nelson), possa far elevare una realtà pungente al fine di smuovere nel pubblico la voglia di un cambiamento.

Il diritto di opporsi, dunque, non è un film sensazionale, ma è un film che funziona e che alla fine lascia lo spettatore in silenzio nella propria poltrona con la speranza e la voglia che davvero la situazione possa cambiare e si possa avere un po’ di misericordia e di giustizia. Misericordia e giustizia che si stagliano nella mente del pubblico come quell’iniziale sprazzo di cielo in mezzo agli alberi, dove la vita umana è un tronco forte e robusto, capace di stagliarsi contro ogni barriera di un sistema colmo di pregiudizi stantii e non più un filo precario e fragile.

Il film sarà nelle sale a partire dal 30 gennaio.

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