The Tender Bar, la recensione: il coming of age di George Clooney su Prime Video

Guardando The Tender Bar (trailer) si avverte una strana sensazione di nostalgia – non per la sua ambientazione, radicata a cavallo tra anni Settanta e Ottanta, con tutto ciò che comporta per quanto riguarda la caratterizzazione dello stile (tra vestiti con fantasie improbabili e capigliature rigonfie) e l’intero mondo narrativo (fatto di auto d’epoca e canzoni classiche); si percepisce una sensazione di nostalgia per altro: a causa della storia, una storia di formazione più precisamente, insomma un coming of age che racconta quel sogno americano tanto caro a una fetta cospicua del cinema (e del pubblico) hollywoodiano. Però The tender bar non è prodotto da uno studios e non siamo negli anni novanta, anzi addirittura il film è distribuito su Prime Video, però sembra che questo non importi al regista del film, ovvero un George Clooney che come regista è sempre apparso amante dello stile classico.

Il film è tratto dal romanzo autobiografico Il bar delle grandi speranze scritto dal premio Pulitzer J. R. Moehringer (anche se lui vorrebbe che venisse scritto senza i «puntini») e racconta praticamente la sua storia, da quando da bambino si trasferì con la madre (Lily Rabe) a casa del nonno a causa di alcuni problemi economi a quando mosse i primi passi nell’età adulta. Il film è diviso in due parti e nella prima, anche se più breve, si trova la parte più riuscita in quanto si assiste a un racconto emozionante di una famiglia disfunzionale, che poi tanto disfunzionale non è. Il giovane JR è circondato da una famiglia allargata e amorevole, la quale però proietta su di lui le proprie speranze, così da vedere realizzarsi in lui quel sogno americano che sembra aver dimenticato tutti loro. Anzi, più che dimenticato i suoi parenti sembra che abbiano rinunciato a inseguire quel sogno.

Ciò che coinvolge della prima parte sono proprio i personaggi, i quali hanno il merito di aver ricevuto una scrittura disinvolta ma soprattutto divertente, in grado di restituire una di quelle sensazioni piacevoli che si desiderano quando si cercano film da guardare. Il cast eccellente aiuta molto. Sicuramente il personaggio più riuscito, e probabilmente quello più interessante, è quello dello zio interpretato da un Ben Affleck in ottima forma. JR ha un padre poco presente che non vuole responsabilità: ha lasciato lui e la madre e ora fa lo speaker radiofonico professionista. La sua voce diventa uno strumento al quale il bambino si aggrappa, desideroso di guadagnarsi l’amore di quel genitore che gliel’ha negato. In compenso però JR ha in suo zio una figura paterna che lo segue amorevolmente nella crescita e determina la sua vita.

Lo zio fa il barista nel The Dickens, il bar che dà anche il titolo al film, il quale rappresenta per il protagonista un terreno su cui misurare la propria crescita. È nel bar infatti che scopre di voler diventare uno scrittore, e nel bar festeggerà i suoi traguardi, oppure si lamenterà delle proprie sconfitte. Ciò che sorprende nel loro rapporto è la schiettezza amorevole dello zio. Lui infatti confessa al nipote di averlo visto fare sport e di non averlo trovato bravo, così gli consiglia di puntare ad altro. E quando il nipote consegna alla famiglia il primo giornale scritto in casa per divertimento, mentre la mamma è entusiasta del lavoro è lo zio a sollevare una critica analitica. «Non ho detto che è stato bravo ma che potrebbe diventarlo». Infine è lo zio a insegnargli “La scienza dei maschi”, la quale consiste nel «Cambiare una gomma, far ripartire un’auto, badare a tua madre».

Quest’ultimo consiglio è interessante perché persino uno sconosciuto in treno esorta JR di essere un bravo figlio, infatti sembra che chiunque si senta il dovere di dirgli come deve comportarsi e come deve essere. Questo gli provoca una mancanza di personalità che gli viene rimproverata dal dottore della scuola, una caratteristica tanto bizzarra quanto interessante da utilizzare come punto di partenza per una storia che vuole appunto raccontare la crescita e la formazione di un uomo. Al centro del suo conflitto interiore c’è quella ricerca inconscia di un ruolo paterno, tuttavia prima c’è la divergenza che lo vede scontrarsi con le aspettative della madre, la quale sogna per lui un futuro con una vita che lei non ha mai potuto avere. Tra questi adulti che gli dicono continuamente cosa si aspettano da lui sembra difficile mettere a fuoco i propri obiettivi, però il problema in questo caso è che i suoi obiettivi gli sono perfettamente chiari, ma si scontrano con la realtà.

La realtà con cui scontrarsi è nell’età adulta, fatta di dubbi e di delusioni, e viene nella seconda parte del film, che non soltanto è quella meno riuscita, ma è quella che mostra i limiti più evidenti della scrittura. Scritto da William Monahan, The Tender Bar non offre particolari spunti eccezionali. La sua forza più evidente è nei personaggi, mentre nella seconda parte ci si concentra su un JR ormai diventato adulto (Tye Sheridan) e privo di una personalità che possa coinvolgere quanto suo zio, più presente nella prima parte. Quindi The Tender Bar diventa un film di formazione a tempo pieno, mostrando però quanto siano pochi e deboli i messaggi che vorrebbe comunicare. Il calo d’interesse mostra un film frettoloso o peggio, superficiale, e anche la regia di Clooney, nel suo equilibrio classico, mostra il proprio carattere insipido.

The Tender Bar non è certamente un film memorabile e forse, nell’ovvietà della storia che racconta, è uscito con trent’anni di ritardo. Però bisogna ammettere quanto siano coinvolgenti e riusciti i personaggi, almeno nella prima parte, quando persino il giovane Daniel Ranieri, sballottolato tra un padre assente e dei parenti esigenti, riesce a donare un’interpretazione che restituisce allo spettatore una sana dose di dolcezza. È un film con una storia già raccontata, che manca di caratterizzazioni e pecca di superficialità, però nel suo insieme riesce a restituire una visione tutto sommato piacevole e appagante, il che non guasta mai.

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