I profumi di Madame Walberg, la recensione: la poesia della sobrietà

I profumi di Madame Walberg, la recensione

Riteniamo sia doveroso sgombrare innanzitutto il campo da un possibile equivoco: in I profumi di Madame Walberg (Les Parfums, Grégory Magne, 2021), quello dei profumi non è un elemento estetico, bensì narrativo. Cosa intendiamo dire con questo? Abbiamo visto il web riempirsi di recensioni con il proprio focus incentrato sull’originalità del “portare i profumi al cinema”, come se questa caratteristica rappresentasse la sostanza dell’opera. Che l’olfatto non sia un senso protagonista di molti film, e che renderlo tale è tutt’altro che facile, è senz’altro vero. Tuttavia in Les Parfums (qui il trailer) non c’è un lavoro di tipo sperimentale, mirante a rendere i profumi cinematograficamente, attraverso un particolare uso della regia o della fotografia. Usciti dalla sala, insomma, la sensazione non è quella che il film ci abbia fatto sentire dei profumi, ma che ci abbia fatto venire voglia di sentirli. Probabilmente Magne (regista e sceneggiatore del film) a questo puntava, e ha fatto centro.

Sottovalutare la potenza di una bella storia è, purtroppo, un atavico vizio del nostro cinema – tanto dal lato della critica quanto da quello creativo. Probabilmente, anzi, si sono alimentati a vicenda. Assistere a I profumi di Madame Walberg, anche per questo, assomiglia molto a prendere una boccata d’aria fresca – o meglio ad annusare una fragranza fresca e rilassante. Ci doliamo di non essere abbastanza esperti di profumeria per portare avanti questo parallelismo lungo tutta la recensione, ma sarebbe stato interessante.

Ciò che salta maggiormente all’occhio è proprio questa freschezza, di cui un ingrediente imprescindibile è sicuramente l’autenticità e un’originalità non fine a se stessa. Il soggetto del film, potrebbe obiettare qualcuno, non è certo qualcosa di mai visto sugli schermi: l’eco di Quasi amici (Intouchables. Olivier Nakache e Éric Toledano, 2011) è presente, come anche quello di A spasso con Daisy (Driving Miss Daisy, Bruce Beresford, 1989). Ma volendo essere pedanti, queste non sono che declinazioni di un plot ancora più “abusato”: due persone apparentemente inconciliabili per carattere classe sociale o altro interagiscono, inizialmente si scontrano, e poi si incontrano. Insomma, sebbene superficialmente l’assoluta novità dell’idea possa sembrare un valore, non solo non lo è ma è anche un qualcosa di difficilmente raggiungibile.

L’originalità de I profumi di Madame Walberg comunque, si sarà capito, non è di questo tipo. Essa risiede invece nell’ambientazione, vale a dire il mondo degli odori (come già ampiamente illustrato), le cui dinamiche lavorative, creative e personali erano, almeno per chi scrive, piuttosto inedite e la loro rappresentazione è stata decisamente apprezzata. Anche grazie alla scrittura di Magne che ha reso il tutto interessante e mai ostico. Per di più, la visione del film ci ha anche incuriosito e stimolato ad approfondire il processo creativo di profumi e altri oggetti cosmetici che, sebbene siano probabilmente per molti di noi di uso quotidiano fino a sembrare persino banali, non lo sono per niente.

I profumi di Madame Walberg, la recensione

Un ulteriore motivo di freschezza è senz’altro la classicità della scrittura e della struttura narrativa. Sobria e diretta, senza tuttavia rinunciare a una sua poesia. Accostare l’odore dell’erba tagliata all’odore di una carneficina (se vedrete il film capirete perché) è secondo noi una frase molto poetica, e lo è ancor di più perché inserita senza sbandierarla, senza ammiccamenti allo spettatore, e in un’epoca in cui il clickbait dai social sembra essere passato anche nel mondo della cultura audiovisiva e non, questo non può che renderci felici. Forse, il fatto che al di fuori del film questa frase (forse la più bella del film) perda parte della sua bellezza, significa che il lavoro è stato fatto bene.

Sicuramente qualche parola andrebbe spesa anche sui personaggi (interpretati da Grégory Montel ed Emmanuelle Devos) costruiti e recitati in maniera impeccabile: sono personaggi veri, con un loro carattere ed una loro personalità riconoscibile ma mai rigida. Le loro backstories (soprattutto quella dell’autista) non sono particolarmente approfondite, ma lo sono abbastanza per dare una dimensione e un carattere. Scelta coraggiosa e azzeccata, in quanto fornire a Guillaume una backstory complessa quanto quella di Madame Walberg avrebbe rischiato di sbilanciare il baricentro del film.

Ed essendo una commedia, si ride anche. O meglio, si sorride. Non c’è mai la risata di pancia che spesso – troppo spesso – viene cercata nelle commedie italiane, sempre più spesso senza trovarla. E non è neanche la risata di cuore di alcune commedie americane. È un tipo di comicità “raffinata”, discendente da una certa tradizione comica francese (che va da Rabelais a Goscinny passando per Molière, per fare alcuni nomi) che forse uno spettatore nostrano a volte potrebbe persino non cogliere, ma mai cervellotica o pretenziosa. Più che nelle singole gag, è nell’atmosfera che viene a crearsi, che va ricercato il valore “comico” del film. Usiamo le virgolette, perché l’accezione in cui questo termine va preso, è molto diversa da quella di uso corrente.

Possiamo quindi imparare a riconoscere e riprodurre alcune corde narrative e cinematografiche che abbiamo finora ignorato proprio come Guillaume, un autista fino a quel momento del tutto inesperto di fragranze ed essenze, che grazie alla guida di Anne Walberg riesce dapprima a distinguerle, poi ad apprezzarle, e infine ne fa il proprio mestiere. L’insegnamento più grande di questo film forse è di imparare a riconoscere quanto di bello ci sia in ciò che ci circonda, attivando anche sensi e categorie mentali finora inutilizzati. E quanto possa farci stare bene e arricchirci su più livelli.

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