
Tra la fine del 1948 e l’inizio del 1949 si verificò una delle pagine più tragiche della storia recente della Corea del Sud: il massacro di Jeju. Il racconto di quest’isola divisa tra truppe filo statunitensi e sovietiche è sapientemente esposto in Hallan (trailer), diretto da Ha Myung-mi e presentato in anteprima alla 24° edizione del Florence Korea Film Festival.
Quando la piccola Hae-seng (Kim Min-Chae) sopravvive ad un esecuzione civile, scappa lontano dal suo villaggio in cerca di un riparo dai soldati. Sua madre A-jin (Kim Hyang-gi) cercherà di trovarla tra i vasti boschi di un’isola ormai martirizzata dalla guerra, incontrando nel suo cammino anche dei membri della resistenza.
La regia di Myung-mi è impreziosita dalla scelta dell’utilizzo di un formato ampio. Questo ci regala splendidi campi larghi, fotografie perfette degli spazi idilliaci ed inesorabili dell’isola di Jeju plasmati però dagli orrori del conflitto. L’idea è quella di voler mettere sempre in mostra il mondo diegetico, in maniera pura e neutra, lavorando anche con la profondità di campo. Questa è deliziata da un’ottima fotografia: attenta a giocare con i toni freddi, con un blu che ricorda quello del mare: protagonista silente dell’opera.
Sin da subito veniamo immersi nel mondo con gli occhi di una bambina. Troppo piccola e fragile per capire i giochi violenti della guerra: l’essenza stessa dell’odio. Eppure, in una delle scene iniziali, durante l’esecuzione, viene considerata colpevole: mera erba da estirpare. Tramite il suo viaggio, piuttosto che con quello della madre, il mondo ci appare desolato, abbandonato alle mani sporche dei potenti. Quando la camera la segue, entriamo nel suo piccolo universo: mai plasmato eccessivamente dalla sua tenera età ma pur sempre innocente e vittima di mostri più grandi di lei. L’opera, ciononostante, si focalizza limitatamente su Hae-seng. Al contrario, si trascina, in maniera deficitaria, nel racconto delle storie di altri personaggi. Figure, alcune delle quali, trascurabili e inconsistenti: come quella del padre che funge solo da evitabile pretesto narrativo.

Il limite più evidente del film, infatti, è l’approccio eccessivamente didascalico. Lo scopo dell’opera è quello di narrare al pubblico un pezzo di storia infausta della Corea del Sud. A questa tragedia però non viene mai dato il giusto apporto di profondità drammatica. I personaggi principali, ovvero la madre e la figlia, non vengono mai sfruttati a dovere: le caratterizzazioni sono scialbe e la loro profondità interiore è puramente accennata. Nessuno sembra mai essere messo a nudo davanti agli occhi indiscreti dello spettatore. Poiché non si scende mai nel profondo dei dettagli, la costruzione narrativa della storia diventa smisuratamente didascalica: sembra quasi di leggere un testo educativo, una pagina di un libro scolastico, piuttosto che vedere un’opera filmica. Il film diventa, a lungo andare, sempre più pesante, prolungandosi ingiustificatamente per due ore e arrivando ad un terzo atto troppo scialbo e privo di una effettiva tensione (anche emotiva).
L’opera di Ha Myung-mi resta, nonostante le pecche narrative, una buona opera volta a raccontare il dramma di una generazione, costretta al perpetuo ricordo di un male non necessario. Ed il finale, con la panoramica dall’alto che ci porta ai giorni d’oggi, nei luoghi di ricordo del massacro, ci fa riflettere sull’importanza della connessione tra le storie odierne e quelle della generazione passata. Un vero e proprio saggio visivo sulla testimonianza e sul peso indecifrabile della tragedia.
E a noi spettatori ci rimangono solo delle semplici domande: può vivere il ricordo in un mondo costantemente in guerra? Dove le tragedie sono ormai all’ordine del giorno? Con pavida speranza, il film Myung-mi ci risponde che tutto ciò è possibile e che ricordare, soprattutto tramite gli occhi di una bambina, serve ad evitare di commettere gli errori del passato.

