
Le fotografie appese ai muri delle nostre case ci ricordano chi siamo: sono cimeli in dialogo con una vita che non ci appartiene più ma che sopravvive in quegli scatti. Attimi sottratti al fluire incessante del tempo, finestre aperte sul nostro passato che ci permettono di dialogare con ciò che siamo stati. Ci sono fotografie che ci fanno ridere, altre commuovere, altre ancora tremare dalla rabbia: in queste si nascondono i nodi della nostra esistenza. Cosa fare, però, quando la persona che hai sposato continua a guardarti come quella foto scattata tanti anni prima e che ormai non ti rappresenta più? È quello che succede a Tess (Laura Dern) e Alex (Will Arnett), i protagonisti di È l’ultima battuta? (trailer).
Il film diretto da Bradley Cooper inizia con la danza del leone cinese, rito propiziatorio volto ad allontanare gli spiriti maligni, solitamente utilizzato durante la celebrazione di importanti festività, tra cui il matrimonio. Una contraddizione, considerato lo stato di salute del matrimonio dei protagonisti. I due, infatti, decidono di divorziare nella, almeno apparente, indifferenza di entrambi. Il divorzio è la prima informazione che Cooper fornisce allo spettatore senza, però, sentire l’urgenza di spiegare cosa ha portato la coppia a quel momento. Esattamente come accade, spesso, nella vita, i personaggi non sanno come sono arrivati fin lì e, forse, non hanno nemmeno gli strumenti per scoprirlo. Il motore della storia non è l’azione ma, semmai, l’assenza di essa.
A tenere tutte le parti insieme è la volontà del regista di immortale il reale nel momento in cui accade, nella sua imprevedibilità, nella sua comicità, nella sua paralisi. Per fare ciò, il corpo attoriale e la macchina da presa diventano tutt’uno, muovendosi all’unisono: l’uno segue l’altra, formando un unico organismo. L’utilizzo della camera a mano permette di evidenziare il tema centrale del film: il vagare incerto di Alex, nella città come nella vita. L’uomo si trova a fare i conti con un Io infranto; la sua, però, è una crisi di cui lo spettatore non riesce a cogliere, fino in fondo, il significato, perché vista solo di sbieco. Il racconto sembra volutamente parziale: non vediamo mai Alex a lavoro, ad esempio, sebbene sappiamo lo abbia. Il regista sceglie di mostrarci solo alcuni frammenti della sua esistenza: similarmente a quanto succede ai personaggi dell’universo diegetico, anche allo spettatore viene negata la possibilità di accedere agli eventi nella loro totalità. Ciò che conta davvero sono gli scarti, gli intervalli, i silenzi contrapposti al rumore incessante di New York.

I personaggi abitano spazi realmente esistenti e riconoscibili, come il Comedy Cellar in cui Alex sperimenta la stand-up comedy. L’uomo non è bravo né tantomeno ha la pretesa di esserlo ma, nonostante questo, decide di dedicare tempo ed energie alla stand-up. In una società frenetica che sembra cannibalizzare il tempo libero, Alex riscopre il piacere di avere un hobby: la stand-up diviene, così, uno spazio altro rispetto alla quotidianità, un luogo in cui poter costruire nuove versioni di sé. L’open mic si presenta come un dispositivo narrativo che permette all’uomo di scavare nella propria interiorità. Laddove la metropoli pone i suoi abitanti in un perenne stato di confusione, la scrittura recupera la sua funzione terapeutica, permettendo all’uomo di analizzare le proprie emozioni, a cui riesce ad accedere anche grazie alla possibilità di ricorrere all’ironia.
È L’ultima battuta? sembrerebbe, a prima vista, una storia d’amore. Nonostante questo, l’epicentro del film risiede nella relazione dei personaggi con se stessi: con i loro desideri, con le loro paure, con il loro passato. È solo dopo aver guardato la propria infelicità negli occhi e averci fatto pace che si può pensare di appendere al muro una propria foto con il volto imbronciato ed esserne felici.
In sala dal 2 aprile.

