Festival di Cannes: una selezione di titoli dalla Quinzaine

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Per celebrare l’inizio della 77esima edizione del Festival di Cannes, la redazione di DassCinemag propone una serie di film passati negli anni per la categoria Quinzaine des cinéastes.

HAPPINESS (1998; Todd Solondz)

happiness, la recensione del film

Gli Stati Uniti degli anni ‘90 erano come un grande tappeto in un salotto borghese, un coloratissimo addobbo che dà un tono all’ambiente. Politicamente, economicamente e creativamente ricco era tornato, sotto il governo Clinton, il paese dove i sogni diventano realtà. La minaccia comunista era terminata e davanti a sé era rimasta solo una pletora di benestare. Ma, sotto il tappeto, c’è sempre tanta polvere; e per quanto si possa nascondere tutti sanno che è lì. Happiness di Todd Solondz non si limita ad alzare i bordi timidamente. Il film scardina le regole senza lasciare spazio a fraintendimenti, tutto ciò che c’è di sporco viene mostrato attraverso una grande lente di ingrandimento posta sulla subcultura del classico sobborgo sorridente della middle-class. Nulla è lasciato all’immaginazione: perversione, solitudine e depressione mostrati direttamente, una totale immersione con maschera e boccaglio nella più putrida delle fogne di New York. Happiness è il figlio illegittimo di Charles Bukowski, per la totale assenza di filtri e ripudio delle convenzioni sociali, e David Foster Wallace, per la puntualità nella satira e nell’impegno politico, e in quanto tale rimane un capolavoro senza tempo.

Di Alessandro Viani.

IL GIARDINO DELLE VERGINI SUICIDE (1999; Sofia Coppola)

Il giardino delle vergini suicide, recensione

«Evidentemente lei, dottore, non è mai stato una ragazzina di 13 anni» recita nel letto d’ospedale Cecilia, una delle cinque sorelle Lisbon. Sono loro le vergini suicide che Sofia Coppola racconta, ricavando la sceneggiatura dal romanzo di Jeffrey Eugenides. Sono passati 25 anni dalla presentazione del film nella Quinzaine des Réalisateurs (oggi des Cinéastes) e, vedendolo oggi, si materializza il filo conduttore che unisce tutta l’opera della regista, che parte dal cortometraggio Lick The Star e arriva fino all’ultimo Priscilla: è il racconto dei drammi della femminilità a prendere forma in contesti ed epoche diverse. Per Il giardino delle vergini suicide, Coppola torna agli anni Settanta per mostrare l’ipocrisia medio-borghese che si nasconde dietro la perfezione delle case nei sobborghi americani. Negli anni del benessere, delle rivolte giovanili, del consumismo sfrenato, queste giovani sono recluse in una gabbia dalla madre, un’estremista cristiana che tiene sotto scacco anche il marito, che comunque non fa nulla per ostacolarla. Mentre lo sguardo maschile sessualizza ed eleva all’etereo le sorelle, loro reclamano il diritto sul proprio corpo con il suicidio. Così, i colori morbidi e la luminosità soffusa di Ed Lachman rendono l’atmosfera allo stesso tempo paradisiaca e inquietante. Sotto la sua supervisione e grazie a Criterion, il film è tornato da poco in sala in versione restaurata in 4K. Non perdete l’occasione!

Di Luigi Parente.

FLORIDA PROJECT (2017; Sean Baker)

Florida project, la recensione del film

Florida Project affronta temi sociali complessi con una visione sorprendentemente fresca. La regia di Baker trasuda di una maestria tecnica che cattura la vivace energia della Florida attraverso una fotografia vibrante e satura di colori e una scelta accurata delle ambientazioni. Caratterizzato da una narrazione frammentata e privo di una trama tradizionale, Florida Project potrebbe risultare a tratti polarizzante. Se da un lato la scelta di concentrarsi sulle vite quotidiane dei personaggi offre un’immersione autentica nel loro mondo, dall’altro potrebbe lasciare desiderosi di una maggiore coesione narrativa. La notevole performance degli attori giovanissimi talvolta risente la mancanza di una guida più solida nel loro sviluppo emotivo, perciò alcune scene appariranno leggermente disconnesse. Tuttavia, queste caratteristiche contribuiscono a rendere Florida Project un’esperienza cinematografica unica e indimenticabile, in grado di scuotere ed emozionare, portando attenzione sugli squarci della vita ai margini del mondo contemporaneo.

Di Giulia Aveta.

LA MIA VITA DA ZUCCHINA (2016; Claude Barras)

La mia vita da zucchina, la recensione del film

Tra i film presentati negli anni alla Quinzaine des réalisateurs, sezione parallela del Festival di Cannes, uno che merita sicuramente menzione è La mia vita da zucchina, un piccolo gioiello in claymation del 2016. Diretto da Claude Barras e tratto da un romanzo di Gilles Paris, il film racconta la storia di Icar, soprannominato Zucchina, rimasto orfano a seguito dell’abbandono del padre e della morte della madre alcolista. Il bambino viene quindi portato in una casa-famiglia insieme ad altri ragazzi provenienti da situazioni difficili. L’inizio non è facile, ma giorno dopo giorno la piccola comunità impara a essere sempre più unita e a ritrovare quell’amore di cui la vita li aveva privati. La sceneggiatura vanta la firma di diversi collaboratori, tra cui anche quella di Céline Sciamma, che dimostra ancora una volta la sua sensibilità nel raccontare in modo delicato storie di personaggi fragili, spesso legate all’infanzia o all’adolescenza, periodi dove inizia la prima scoperta di sé. Proprio questo è, infatti, il punto di forza che rende così speciale La mia vita da zucchina: un bellissimo film di formazione in grado di riportare con grande empatia lo sguardo innocente dei bambini sul mondo che li circonda. Una storia catartica che colpisce nel profondo, da guardare inteneriti tra sorrisi e lacrime.

Di Giulia Mazzoneschi.

MEAN STREETS (1973; Martin Scorsese)

Mean Streets, recensione

Il cinema di Scorsese è unico, caratterizzato dalla riconoscibile capacità di raccontare il suo immaginario. Mean Streets è la pellicola che lancia definitivamente Martin Scorsese, il film che lo rappresenta e ne racconta aspetti privati della sua gioventù. Il lungometraggio racconta proprio la difficile giovinezza nella Little Italy attraverso il personaggio di Charlie Cappa (alter ego del regista). Siamo a New York nel 1973. La situazione nelle strade è complessa, Charlie cerca in tutti i modi di non essere risucchiato dalla violenza e dalla corruzione del quartiere. Tenta di aggirare i pericoli, prova sentimenti contrastanti per ciò che lo circonda. Mean Streets è un film introspettivo, ma anche un film che narra di violenza e morale, sogno e realtà. Nonostante il budget alquanto limitato, è già possibile riconoscere la mano infallibile del regista e la sua accuratezza per i dettagli. Scorsese omaggia così il grande cinema degli 60’, mostrando la storia utilizzando tecniche sperimentate dai registi della Nouvelle Vague e aggiungendo particolari novità. 

Di Alessandra Merola.

LONE STAR (1996; John Sayles)

lone star, la recensione del film

Con Lone Star, John Sayles – autore uscito dalla scuderia di Roger Corman e avvezzo alla rilettura dei generi cinematografici – narra una storia western, nel senso più letterale del termine. Ci troviamo a Rio County, un paesino del Texas vicinissimo al confine col Messico dove bianchi, afroamericani e ispanici sembrano ormai aver trovato le giuste misure per convivere. Sulle ceneri di un poligono e di un’area adibita all’addestramento dei militari, due sergenti ritrovano, scavando, un teschio e una stella da sceriffo. Quest’operazione di scavo – metaforicamente, la stessa che compie Sayles con il genere di riferimento – porterà alla luce un rimosso nella vita di Sam Deeds, attuale sceriffo del paese abituato ad essere accostato alla memoria del padre, Buddy. Già, la memoria e l’eredità. La realtà dei fatti e la leggenda in Lone Star si scontrano e si alternano su un piano puramente visivo, con un montaggio che intreccia al tempo presente delle vicende i flashback. Forse, per Sayles, c’è un modo per superare tutto questo, un modo per ricordare e allo stesso tempo mandare tutto al diavolo.

Di Luca Di Giulio.

LA PAZZA GIOIA (2016; Paolo Virzì)

la pazza gioia, la recensione del film

Nel film di Paolo Virzì si ride perché nella follia c’è sempre della comicità, ma sono risate velate dalla tristezza che Donatella e Beatrice portano dentro e che lentamente ci svelano. Sono due storie diverse ma che si intrecciano per la condivisione di quel dolore nascosto nato dalla consapevolezza di errori che non si possono più riparare e che cercano di nascondere con il desiderio di vivere e di gioire. Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) è una riccona che non conosce cos’è la fatica. Fa ridere ma anche tenerezza. Con le parole, che riempiono ogni istante, sembra nascondere il vuoto che la affligge. Donatella (Micaela Ramazzotti) è una ragazza giovane, madre di un bimbo dato in adozione per un tentativo di suicidio-omicidio. È disperata. Giudicarla ci viene facile; eppure, ci mostra come ama una madre, forse sbagliando… ma chi non commette errori? La pazza gioia ci propone un quadro tanto preciso quanto complesso della bellezza e del dolore umano. Il film di Virzì è una commedia amara sulle inadeguatezze personali, è la storia di esseri umani impegnati in una ricerca affannosa della pazza gioia, sempre in bilico tra una mente cosiddetta sana e una cosiddetta malata.

Di Carmine Faiella.

LA STORIA DELLA PRINCIPESSA SPLENDENTE (2013; Isao Takahata)

LA STORIA DELLA PRINCIPESSA SPLENDENTE, RECENSIONE

Quadri che si succedono in rapida sequenza danno vita a un’opera d’arte in movimento. Questa è La storia della principessa splendente, film capace di superare l’illusione, farci immergere nel mito e sprofondare in una malinconica realtà. La storia, che si basa su Taketori Monogatari (Il racconto di un tagliatore di bambù), mette in luce l’assurdo rapporto della cultura orientale, e per estensione dell’umanità intera, con il materialismo. Principessa, la protagonista, viene privata della sua semplice felicità, all’insegna di una vuota mondanità voluta dal padre. Stesso vuoto che talvolta si percepisce nelle tavole-fotogramma, volutamente realizzate attraverso uno stile che richiama il sumi-e, e che rende il film visivamente unico. L’uso espressionistico dell’acquerello eleva ancor di più l’opera a statuto di arte, e si va ad aggiungere nell’elenco dell’eterogenea regia di Isao Takahata, che nelle ultime fasi della sua carriera sperimenta con la forma, come aveva fatto 14 anni prima con il precedente I miei vicini Yamada.

Di Riccardo Frascarelli.

THE LIGHTHOUSE (2019;  Robert Eggers)

the lighthouse, la recensione del film

Troneggia sulla roccia come un antico signore dei mari, grida i suoi lamenti come un enorme mostro marino. L’acqua non lo scalfisce, non lo fa tremare il vento. Egli osserva il dispiegarsi delle acque e delle creature che vi abitano. Guida i marinai nella notte oscura, allieta le visioni dei naufraghi, eppure esiste unicamente in funzione di sé. Il faro è depositario di segreti ancestrali, di miti universali e realtà accecanti. Sono passati solo cinque anni da quando The Lighthouse è stato presentato a Cannes, ma immediatamente si è imposto come un instant cult, consacrando l’autorialità di un regista nuovo, visionario, puro come Robert Eggers. La storia è quella di Ephraim (Robert Pattinson) e Thomas (Willem Dafoe), guardiani del faro di un’isola sperduta nel New England. La convivenza tra i due pare svolgersi nell’ordinario svolgimento delle mansioni quotidiane, eppure sibila un disagio, una tetra morbosità, allucinazioni di leggende. Si assisterà al graduale deterioramento di un rapporto non più tra uomini, ma tra spettri di carne fagocitati da reciproche ossessioni. Tra epifanie di dei greci, figure del folclore marinaresco e perversioni nevrotiche, Eggers celebra una liturgia del patologico, del terrore e del rimosso, rinnovando brillantemente le strutture dell’espressionismo orrorifico.

Di Mattia Croppo.

WHIPLASH (2014; Damien Chazelle)

whiplash, la recensione del film

Il sogno del giovane Andrew Neiman (Miles Teller), ossia diventare uno dei più grandi batteristi jazz al mondo, si trasforma in pura ansia e disperazione nel secondo lungometraggio firmato da Damien Chazelle. La musica diventa un mezzo di scontro e di intesa tra il protagonista e un insegnante difficile (J.K. Simmons), mentre le ambizioni dell’uno si confondono, si scambiano e si riflettono nel risentimento dell’altro. Non si tratta di un semplice racconto di formazione, né di un banale film musicale; in quest’opera, il jazz, evidentissimo fil rouge della giovane filmografia del regista, non solo riflette l’ossessione di un musicista in crisi, ma permea ritmicamente ogni componente della messa in scena, divenendo protagonista di ogni scelta tecnica ed estetica. Dunque la memorabile colonna sonora, commistione di brani originali e riarrangiamenti di colonne portanti del genere, si impone come vera e unica manipolatrice delle tensioni tra i personaggi e dei loro deliri interni. In una corsa senza freni verso la perfezione, che involontariamente finisce per sostituirsi all’autentico desiderio di risoluzione personale, mentre le mani tremano e colpiscono
lo strumento fino a sanguinare, ci si chiede: ne vale davvero la pena?

Di Ludovico Cerrone.

STRANGER THAN PARADISE (1984; Jim Jarmusch)

Stranger than paradise

Willie, piccolo truffatore di Brooklyn, viene informato dalla zia che sua cugina Eva vivrà con lui per dieci giorni. Nonostante le lamentele iniziali si affeziona alla ragazza, tanto che, in seguito alla sua partenza, la cerca a Cleveland con l’amico Eddie. Dopo averla trovata i tre partono verso la Florida. I personaggi si muovono all’interno di un caos ordinato, tra momenti surreali e imprevisti, ed eventi “essenziali” per la trama che si svolgono fuori dallo sguardo dello spettatore. È un cinema che rifiuta la spettacolarità, e che preferisce, invece, lo sviluppo dei rapporti tramite situazioni semplici e quotidiane, come discussioni e attimi di affetto dimostrabile con difficoltà. Tre ragazzi soli che, forse, rimarranno soli, ma che sono cresciuti con questa semplice avventura. C’è già tutto il minimalismo di Jim Jarmusch, soprattutto nella storia, che affinerà con i film successivi fino ad oggi. Tra Ghost Dog e Paterson, tra Taxisti di Notte e Broken Flower. Mezzi di trasporto, ricerca della tranquillità, sentimento d’abbandono e incapacità di stare al mondo. Intanto un aereo sta partendo. Eddie lo fissa e si domanda dove siano i suoi amici.

Di Edoardo Marchetti.

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