Fellinopolis, la recensione: il ritratto del genio nel suo habitat creativo

fellinopolis Federico Fellini

Il teatro 5 era la sua chiesa; Cinecittà il suo Stato indipendente. L’uomo oltre il genio di Federico Fellini viene raccontato nel documentario prodotto da iFrame e diretto da Silvia Giulietti, Fellinopolis (trailer), attraverso le immagini inedite dei backstage e le interviste ad alcuni dei suoi più stretti collaboratori. Dagli aneddoti legati all’esperienza come aiuto regista di Lina Wertmüller alle quotidiane situazioni sul set catturate dall’ammaliata cinepresa di Ferruccio Castronuovo, passando per i racconti del compositore Nicola Piovani e tanti altri.

L’universo felliniano è un cinema di volti, esiti iperbolici di sfuggenti visioni del suo ideatore: erano proiezioni, immagini affiorate da spiragli del quotidiano, oppure semplicemente dei sogni a cui Fellini voleva dare una forma, renderli tangibili per osservarli un po’ più da vicino. E voleva ricostruirne i contorni, di questi sogni, nelle stesse identiche fattezze di come gli erano comparsi la prima volta. Il linguaggio cinematografico avrebbe appagato quest’urgenza di plasmazione: la macchina da presa come strumento per rievocare gli spiriti e i personaggi per avverarne la trasposizione.

Il cinema era, appunto, il veicolo; mai il fine. Perché a Fellini non interessavano granché i suoi film in un’ipotetica ricezione spettatoriale, tanto meno quelli degli altri. A Fellini interessava il soprannaturale, l’esoterismo, l’idea che la vita non fosse altro che lo strato fenomenico della realtà. Ma ciò non lo rendeva un artista dalla personalità inaccessibile agli altri. Altroché. Molti dei suoi collaboratori in Fellinopolis lo ritraggono come un uomo simpaticissimo, costantemente accompagnato da quell’alone di incredibile leggerezza verso l’animo umano che lo contraddistingueva, capace di ricreare sul set un clima che il cineasta stesso definiva “ginnasiale”, quell’attitudine tipica degli scolari che nel momento in cui si trovano a dover fare i compiti non rinunciano a ritagliarsi un po’ di spazio per il gioco.

fellinopolis Federico Fellini

Di documentari sul regista riminese ne sono stati realizzati tanti, alcuni con una vocazione particolarmente sincera (come l’ultima fatica del maestro Ettore Scola Che strano chiamarsi Federico), ma tutti con l’ambizione di raccontare il mondo onirico dell’artista-cinque volte premio Oscar, le sfumature di un maestro dalla poetica seducente e desiderosa di accogliere anime disarmate, l’arte di un visionario, un artigiano nel trasporre l’onirico sotto forma di immagini. Ci hanno provato in tanti a narrare, appunto, il Fellini-artista.

Il film di Silvia Giulietti riesce invece a fare qualcosa di diverso: raccontare Federico. Stavolta la lente d’ingrandimento è centrata sul lato umano del regista, quel vitellone che, arrivato nella capitale a soli diciannove anni, vi ha passato il resto della vita. Buffo, spiritoso, imprevedibile, affabile, ma anche sgarbato, talvolta iracondo. Fellini era leggero, potremmo dire, un genio in continuo divenire; lontano dai moralismi e dalle ideologie, ma con uno sguardo costantemente teso verso l’alterità. Fellinopolis cattura svariati momenti sui magniloquenti set di film come La Città delle donne, E la nave va, Ginger e Fred dove si vede il cineasta rapportarsi con l’amico e attore feticcio Marcello Mastroianni, i suoi collaboratori e in generale con la troupe, quella comunità che al Teatro 5 si riuniva nell’extra-quotidiano rito collettivo del “Fare cinema”.

Affascinante, in tal senso, la scelta del film di riportare il clima disteso che Fellini riusciva a creare sul set, azzardata quella di costruirvi un’intera sceneggiatura, soprattutto perché le sequenze del film sono scandite da affascinanti inserti pop, i quali però non sanciscono il passaggio da un contenuto a un altro, anzi, il nucleo tematico della pellicola resta pressoché invariato. Malgrado le vicende raccontate risultino incredibilmente interessanti per gli appassionati, Fellinopolis manca di quell’asso nella manica in grado di elevarlo a uno spessore a cui pure potrebbe ambire. Se da un lato è il titolo stesso a testimoniare la volontà della sceneggiatura di spiare il processo creativo di un artigiano totalmente a suo agio nella sua officina chiamata Cinecittà, dall’altro risente della carenza di un senso della struttura che renderebbe l’opera un affresco ancora più sfumato ed eterogeneo di uno dei più grandi maestri della storia del cinema, un sognatore ostile alla ripetizione, nell’arte come nella vita. L’ordinario non faceva per lui, anzi, per Federico smarrirsi era l’unico esito sperato.

Al cinema dal 10 giugno.

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