Disincanto, la recensione della terza stagione su Netflix

Recensione della terza stagione di Disincanto

Dopo il tradizionale cliff-hunger sul finire della seconda stagione, ci ritroviamo alle prese con un personaggio la cui ambiguità lasciava indizi di uno sviluppo ulteriore: la regina Daegmar. Pare infatti chiaro che la trama principale di Disincanto, arrivata alla sua terza parte (trailer), talvolta elusa da pur interessanti sotto-trame, non possa prescindere dagli interrogativi riguardanti la famiglia di Bean, che qui si fanno sempre più vicini alla propria risoluzione. Questo contemporaneamente all’introduzione di nuovi personaggi e colpi di scena su quelli che già credevamo di conoscere, che presumibilmente costituiranno il motore della prossima stagione.

La sorte di questo Bart Simpson al femminile appare sempre più ineluttabilmente come condizionata da eventi che precedono la sua stessa nascita, ed è interessante seguire la crescita del primo protagonista groeninghiano che venga a patti con questo. Risulta interessante anche notare come questa evolva dalla propria infantile e autoindulgente ribellione adolescenziale per approdare a un autentico percorso di maturazione, dolorosamente costellato di vecchi traumi ancora da affrontare mentre nuovi sono in attesa di comparire.

Matt Groening, alle prese con la sua prima trama orizzontale, sembra già essere in grado di dosarne lo sviluppo, accelerando quando serve e fornendo spunti narrativi sempre nuovi, in quella che risulta essere una terza stagione perfettamente in grado d’intrattenere e stupire. Il bilancio tra gli interrogativi risolti e quelli ancora da risolvere è sempre pendente verso questa seconda parte: la serie promette di continuare ancora a lungo, e sicuramente non ce ne dispiaceremo, considerato il modo in cui anche vecchi personaggi secondari e semplici intrecci amorosi possono rivelarsi ottimi riempitivi.

La recensione della terza stagione di Disincanto

Se infatti appare chiaro che Disincanto ha ancora molta vita da vivere, è anche perché è in grado di svilupparsi su più direzioni: mentre il mistero di Dreamland, della famiglia di Bean e delle varie cospirazioni che l’avvolgono si schiude lentamente, un’altra possibilità narrativa assolutamente inedita si profila all’orizzonte. Ovvero quella del già brevemente esplorato mondo di Steamland, un doppio speculare e steampunk del regno medievale dei protagonisti, e che in questa stagione si dimostra sempre più un luogo potenzialmente ricco di possibilità che Matt Groening pare intenzionato a esplorare, predisponendo già i personaggi che nella prossima stagione porteranno la trama tanto a proseguire in avanti, quanto a flettersi, collegandosi verosimilmente a Dreamland e ai segreti che ancora cela.

In un panorama di spietato cinismo metanarrativo, in cui le serie televisive fanno a gara d’irriverenza per allontanarsi dal proprio modello, Matt Groening s’impone, come già fece in passato: rompendo tutte le regole. Liquidati i facili doppi sensi e le gag autoconclusive, la serie non si adatta ai tempi, ma ne propone un antidoto: è finito il tempo della satira e del dileggio della cultura pop. Il metasolipsismo postmoderno non è altro che distrazione dalla verità dei traumi che nessun reset d’inizio episodio può più risparmiarci. È un mondo pieno di minacce, in cui i ruoli e le identità sono confusi ma, sembra suggerire il creatore della serie, è anche giunto il momento di affrontarlo, come fanno i suoi protagonisti, destinati a cambiare e maturare, puntata dopo puntata. Sarà per questo che è così facile affezionarglisi?

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