Chopin – Notturno a Parigi, la recensione: la musica attraverso la sofferenza

Chopin-Notturno a Parigi recensione film di Michal Kwiecinski DassCinemag

«Chopin! Chopin!» Non si sa quante volte sentiamo questa esclamazione nel corso del film. Acclamato dalla folla, il compositore si muove sicuro di sé accompagnato da un brano di musica elettronica. Scelta bizzarra, non dovrebbe essere un film sulla musica classica? Eppure, l’inaspettata colonna sonora rende bene l’idea del personaggio di cui stiamo parlando. Non è un noioso compositore, è una rockstar del suo tempo. Le opere di Fryderyk Chopin sembrano passare in secondo piano, a Michal Kwiecinski interessa l’uomo dietro gli spartiti.

Chopin – Notturno a Parigi (trailer), infatti, ne racconta gli ultimi anni di vita: la fama, le amicizie, gli amori e, soprattutto, la malattia. La trama segue contemporaneamente il lento declino fisico, mostrato con dovizia di particolari, e la conseguente liberazione spirituale del nostro protagonista. Chopin (Eryk Kulm), nei suoi ultimi momenti, finalmente pacificato, come egli stesso confessa, compone i brani che lo consegneranno all’eternità. Durante la sua discesa/ascesa, incrocia il cammino di diverse figure, tra cui Liszt (Victor Meutelet), rivale e amico sincero, e George Sand (Joséphine de La Baume). Il personaggio della scrittrice, come ci viene mostrato sullo schermo, è esattamente quello che abbiamo imparato a immaginare dalla sua biografia, tanto da risultare quasi stereotipato. Per Fryderyk sarà una luce nella malattia, a dispetto della mancata promessa finale.

Nonostante, a volte, il film rischi di rimanere invischiato nell’estetica tipica delle biografie dei personaggi storici, non manca di elementi interessanti. Oltre alla già citata colonna sonora, è bene dire due parole sulla fotografia. I toni del blu prevalgono caratterizzando l’atmosfera di Parigi, luogo soffocante dove, sotto un’apparenza di lusso e sfarzo, covano miseria e malattia. Per questo, durante la visita alla famiglia polacca e il breve soggiorno a Madrid con la Sand si ha la sensazione di tornare, letteralmente, a respirare e anche la luce diventa più chiara. Questi, infatti, sono i momenti in cui viene fuori il vero Fryderyk.

Un aspetto molto interessante del film è sicuramente l’uso della macchina da presa: segue ossessivamente il protagonista, si siede accanto a lui al piano e lo osserva da vicino mentre soffre per la tubercolosi, risultando opprimente. Si potrebbe azzardare, allora, che il punto di vista della vicenda sia quello della malattia stessa, che respira costantemente sul collo del compositore. Questo giustificherebbe il (forse vagamente prevedibile) sguardo in macchina finale. Fryderyk Chopin guarda in faccia il suo destino. «È tutto», dice. La malattia ha distrutto l’impalcatura della sua vita ed è rimasta la musica, composta ora senza curarsi delle convenzioni.

Eryk Kulm riesce a plasmare un personaggio complesso e ne mostra tutta l’evoluzione: la sfrontatezza e l’ironia di un venticinquenne spavaldo che ha la Francia ai suoi piedi, la paura della morte, la sofferenza repressa e il dolore della perdita dei cari, la smania quasi maniacale di comporre e, infine, la serena accettazione del suo destino.

Peccato per la parte finale, forse tirata troppo per le lunghe. Nonostante questa piccola pecca, guardando Chopin – Notturno a Parigi si ha l’impressione di assistere a un viaggio che mostra come qualcosa di sublime possa nascere ancorato alla sofferenza e alla realtà più cruda.

In sala dal 26 febbraio.

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