#BerlinoFF76: Everybody Digs Bill Evans, la recensione del film di Grant Gee

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Nel vasto e apparentemente inesauribile panorama cinematografico dedicato al racconto biografico di figure celebri, un numero cospicuo è composto dai biopic musicali. Il grande successo di Bohemian Rhapsody nel 2018 ha dato nuova linfa vitale al genere, che continua ad espandersi a macchia d’olio non risparmiando alcuna icona musicale: basti pensare ai quattro film dedicati ai The Beatles previsti nei prossimi anni o al progetto, più imminente, su Michael Jackson.

In un contesto di questo tipo, riuscire a distinguersi non è semplice e spesso bisogna ricorrere a metodi alternativi di racconto. In questa direzione si muove il regista Grant Gee con il film Everybody Digs Bill Evans, premiato con l’Orso d’argento per la miglior regia alla 76ª edizione della Berlinale.

Gee, che nel corso della sua carriera si è principalmente occupato di documentari su band musicali come Joy Division o Radiohead, dedica il suo primo lungometraggio di finzione all’acclamato jazzista Bill Evans (Anders Danielsen Lie), concentrandosi nei mesi di difficoltà psicologica e fisica vissuti dall’artista a seguito della morte del bassista del suo trio, Scott LaFaro, avvenuta nel 1961. Tratto dal romanzo Intermission di Owen Martell, il film scava nell’interiorità di Evans attraverso un racconto frammentato che alterna, oltre alla narrazione principale in bianco e nero, tre flashforward a colori, anticipazioni di ulteriori eventi drammatici della sua vita. La scelta peculiare di ridurre al minimo la presenza dei brani del musicista coincide con il periodo raccontato (mesi in cui Evans, sconvolto dalla perdita, smise di esibirsi) e consente al film di concentrarsi sulla dimensione più intima dell’uomo. Vengono così messi in primo piano il suo rapporto con la famiglia – prima il fratello Harry (Barry Ward), poi i genitori (Bill Pullman e Laurie Metcalf) – la relazione distruttiva con la fidanzata Ellaine Schultz (Valene Kane) e, infine, con la tossicodipendenza.

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Da un punto di vista formale, il film colpisce particolarmente per l’utilizzo espressivo del montaggio e del bianco e nero, che contribuiscono a far addentrare lo spettatore nella vita personale di Evans, composta da luci e ombre, alti e bassi, permettendosi così di non essere un semplice resoconto biografico, ma anche un’esperienza più profonda per lo spettatore stesso.

Tuttavia, dopo una sequenza di apertura folgorante, con l’esibizione del Trio al Village Vanguard (dalla quale saranno ricavati gli album Sunday at the Village Vanguard e Waltz for Debby) realizzata come se fosse un video musicale della sessione, il film diventa progressivamente più faticoso. Gee non dona alcun tipo di consolazione al suo protagonista e gli unici momenti di “respiro” sembrano essere le brevi scene in cui si ascoltano i brani di Evans.

Il risultato è un ritratto cupo e malinconico di un artista geniale ma profondamente complesso, in cui il dolore si configura come passaggio necessario per una trasformazione personale, mentre la pausa dall’attività musicale diventa una scelta vitale per ristabilire un equilibrio. Un film che sceglie il silenzio per raccontare la musica, e che proprio in questa sottrazione trova la sua forza più autentica.

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