56 Giorni, recensione della prima stagione su Amazon Prime Video

La nuova serie 56 giorni (trailer), tratta dall’omonimo libro di Catherine Ryan Howard, è approdata su Amazon Prime Video pochi giorni fa. Il crime contemporaneo torna ad interrogare l’intimità come luogo di pericolo: viene ritrovato un cadavere irriconoscibile nella vasca da bagno dell’appartamento di due innamorati, Ciara (Dove Cameron) e Oliver (Avan Jogia). 56 giorni prima tra loro era scattato il colpo di fulmine nella corsia di un supermercato.

La tensione nasce soprattutto grazie alla struttura narrativa: il continuo slittamento tra il prima e il dopo il delitto alimenta una suspense che non si limita alla scoperta dell’assassino e della vittima, ma si concentra sulla graduale emersione delle crepe relazionali. Il montaggio lavora per ellissi, suggerendo più che mostrando: lo spettatore è chiamato a un lavoro di ricomposizione, come in un puzzle che si completa scena dopo scena. Chi guarda attende che la realtà venga progressivamente svelata ma viene al contempo chiamato a occupare la stessa posizione epistemica dei detective e quindi non ricopre un ruolo di onniscienza.

Il punto di forza della serie risiede nell’opacità dei personaggi. Nessuno è interamente innocente, nessuno è definitivamente colpevole. L’assenza di polarizzazioni morali produce una zona grigia che destabilizza e coinvolge lo spettatore: i protagonisti sono difficilmente inquadrabili, oscillano tra vulnerabilità e manipolazione. Oliver appare eccessivamente sospetto, forse per quell’ansia che lo rende ipercontrollante; diffida di Ciara ma al contempo le chiede di trasferirsi da lui in un gesto che contraddice i suoi stessi dubbi. Questa incoerenza è un dispositivo psicologico con cui la serie suggerisce come l’intimità accelerata possa amplificare le contraddizioni individuali fino a renderle esplosive.

Non mancano però alcune scelte narrative che risultano forzate. Alcune coincidenze appaiono troppo convenienti per l’intreccio, rischiando di incrinare la sospensione dell’incredulità. I due detective Lee Reardon (Karla Souza) e Karl Connolly (Dorian Missick) procedono spesso per intuito più che per metodo e per questo la linea investigativa tende talvolta alla semplificazione. Queste fragilità comunque non compromettono l’efficacia complessiva.

La regia privilegia un’estetica sobria, fatta di inquadrature ravvicinate che amplificano il senso di intrappolamento, sfruttando soprattutto gli sguardi in macchina da presa, tramite cui i personaggi sembrano parlare direttamente con lo spettatore. La colonna sonora lavora intervenendo nei momenti chiave per accentuare il crescendo ansiogeno.

56 giorni utilizza il delitto come innesco per esplorare la fragilità dei legami e le ambiguità che vivono nell’individuo. I sentimenti non sono mai stabili, ma mutano insieme alla percezione che i personaggi hanno l’uno dell’altro. E se il vero mistero non fosse risolvere il delitto, ma il processo che porta ad interrogarsi su quanto sia possibile conoscere davvero l’altro e se stessi?

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