
Quanti di voi si sono chiesti come sarebbe sopravvivere ad un’apocalisse zombie? E quanti credono di poter sembrare Brad Pitt in World War Z mentre resistono a virus letali, morti che camminano e pessime condizioni igieniche? Dopo un sano rewatch di The Walking Dead o della zombie-saga di Romero domande del genere sorgono chiaramente spontanee, ed è ovvio che chiunque spera di essere carismatico quanto un poliziotto venuto da Atlanta in cerca della sua famiglia, ma probabilmente il 90% dell’umanità finirebbe per essere come Bryan, il protagonista del nuovo Resident Evil (trailer) diretto da Zack Cregger.
“NPC”, tre lettere che in termini videoludici indicano il “non-playable character”: personaggio non giocabile, un ammasso di poligoni digitali a forma di individuo poco interessante, poco carismatico o poco approfondito. Questo perché spesso ad essere protagonisti delle storie videoludiche (specialmente quelle horror) sono personaggi permeati da un certo carisma e con abilità fisiche inverosimili. Ma nel 2026 non tutti possono essere Leon Kennedy, a volte si è semplicemente Bryan: un quasi trentenne che lavora come corriere nel settore ospedaliero. A chi sta già pensando che lo faccia per una qualche morale: fermi, lo fa solo per soldi.

Una sera a Bryan viene affidato il compito di trasportare un pacco misterioso da Racoon City ad un’ospedale fuori città. Proprio in quelle ore un’epidemia si diffonde tra la popolazione trasformando alcuni in zombie e altri in mostri non ben specificati, ma decisamente disgustosi. Ecco, Bryan non incarna il classico eroe, più il classico incel. Tende ad essere insicuro, fuggendo dai problemi, scappando da un’ansia che non sa gestire, per non parlare di quanto sia impacciato ed egoista, almeno sulle battute iniziali del film.
In effetti, il film sembra debitore più a Shaun of the Dead che al videogioco di riferimento, non solo nella maturazione del personaggio che lo porta ad affrontare gli zombie così come i problemi della propria vita, ma soprattutto nel tono del racconto. Il buio, il sangue, i mostri, sono solo stilemi classici dell’horror che restano ai margini di una storia inaspettatamente comica.
Quella di Cregger è un’opera di totale rimediazione del videogioco, abbandonando l’intento di adattare le (improbabili) storie originali, delle quali restano solo vari riferimenti in alcuni oggetti della scenografia. In questo senso, l’autore abbatte la parete dell’impersonificazione videoludica, mostrando un protagonista colmo di difetti, buffo, impacciato e spesso disprezzabile, ma talmente umano da essere un avatar perfetto per questa surreale esperienza.

Cregger, dopo Barbarians e Weapons, è un autore affermato che ha già dato prova di quanto sia in grado di dirigere un film delle genere, riconfermandosi con questo Resident Evil. L’opera presenta delle ottime soluzioni di messa in scena, alludendo spesso al videogioco con la soggettiva del protagonista. Inoltre, nota di merito alla realizzazione del “bestiario” del film, vario e soddisfacente per tutti i fan del body-horror.
Insomma, Cregger mostra che in un mondo di Joel (The Last of Us), di Rick (The Walking Dead) e di Leon (Resident Evil), gran parte del mondo sarebbe capace di sparare alla propria macchina per sbaglio, di far cadere decine di proiettili mentre si ricarica un fucile, di inciampare mentre si scappa dagli infetti e probabilmente di morire nel primo giorno di infezione. Infine, nelle grandi storie in cui il mondo è in rovina, si è solo “NPC” di qualcun altro.

