1899, la recensione: in viaggio nella caverna di Platone

1899 recensione serie tv netflix

Sono passati pochi anni da quando, con i suoi meccanismi diabolicamente perfetti, la prima creatura di Baran bo Odar e Jantje Friese incantava i meravigliati abbonati di Netflix, stupefatti che una piccola serie tedesca risultasse così narrativamente ambiziosa e sorprendente. Se lentamente Dark, nell’arco delle sue tre stagioni, si era affermata come vero e proprio fenomeno di culto, d’altra parte il suo successo aveva portato ai piani alti della piattaforma la dimostrazione che anche una produzione lontana dal dominio americano (e anglofono) potesse conquistare le platee internazionali. Con 1899 (trailer) la coppia di autori alzano la posta in palio: una storia dalla portata più ampia, un cast internazionale, ma soprattutto enormi aspettative su questo nuovo progetto.

Un progetto che in qualche modo viene rispecchiato dallo stesso racconto che sta al suo centro. Siamo nell’ultimo anno del XIX secolo, alle soglie di una nuova epoca che promette un futuro diverso. Quello desiderato dai protagonisti di 1899, passeggeri di una nave in rotta verso gli Stati Uniti. I viaggiatori della Kerberos provengono da ogni lato d’Europa, componenti di un microcosmo costellato da differenti linguaggi, culture e condizioni sociali. Ma quando sull’imbarcazione iniziano a verificarsi eventi misteriosi, ognuno dei passeggeri (e con essi lo spettatore) sarà costretto ad esplorare i confini tra realtà e rappresentazione.

Risulta difficile parlare della storia di 1899 senza intaccare il senso di scoperta che accompagna l’incedere di ogni scena. La nave su cui viaggiano i protagonisti della serie appare come un tavolo disseminato di carte coperte, ognuna dall’aspetto diverso, che pian piano vengono svelate. Come già successo in Dark, il proposito della narrazione è quello di convogliare l’attenzione su ogni sua svolta, ogni sua diramazione, a caccia di dettagli (simbologia compresa) che possano aiutare a riordinare i tasselli del puzzle. Allo stesso tempo, però, questa volta l’ordito di Friese-bo Odar punta maggiormente su una costruzione corale, facendo dei numerosi personaggi una sorta di “serbatoio di riserva” da cui i meccanismi narrativi attingono energia.

Per quanto diversi, i personaggi di 1899 appartengono tutti ad una categoria sociale ben nota: sono tutti migranti. Ciascuno di loro ha intrapreso il viaggio per mare con il desiderio di una nuova vita, lasciandosi alle spalle un passato da seppellire. Un passato che, con tutta evidenza, li tormenta ancora: con il procedere degli episodi veniamo a scoprire come ognuno di loro sia in fuga da un evento traumatico, che li spinge a cercare un futuro diverso lontano dal Vecchio Continente.

Appare evidente come 1899 tenga particolarmente a costruire l’empatia nei confronti dei suoi protagonisti – non sempre riuscendoci – nel tentativo di fornire allo spettatore un motivo per cui affezionarsi alla loro sorte. Per raggiungere tale scopo, la narrazione della serie adotta una struttura a rete: ogni personaggio porta avanti una diversa sottotrama, complicata dal fatto che ciascuno si fa letteralmente “portavoce” linguistico. La Kerberos è di fatti un mosaico multiculturale, che si sforza di restituire la complessità della società europea. Da qui la diversità tra le lingue con cui i vari personaggi si esprimono, a volte anche cercando di dialogare pur senza capirsi.

Da questo punto di vista la serie Netflix si presenta come opera-mondo: un prisma che attraverso le sue diverse facce punta ad attirare il pubblico internazionale della piattaforma. In questa direzione va dunque la scelta del cast, tra i cui membri si possono riconoscere volti già visti in precedenti prodotti “europei” della piattaforma: Andreas Pietschman ritorna da Dark, Miguel Bernardeau da Elite, Anaurin Barnard da Peaky Blinders, Anton Lesser da The Crown e Lucas Lynggaard Tønnesen da The Rain. Aggiungendo il resto del cast (tra cui la protagonista Emily Beecham) arriviamo ad un totale di dieci diversi lingue parlate nella serie, facendo di 1899 una vera e propria opera polifonica. Di questi tempi qualcuno direbbe che manca un personaggio italiano, ma ce ne faremo una ragione.

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Come conseguenza di questo complesso sistema di personaggi, rispetto a Dark gli autori hanno lavorato maggiormente sulla dimensione verticale della narrazione: ogni episodio è dedicato ad uno dei personaggi principali, mostrandoci “visioni” (per non dire flashback, data la loro natura ambigua) dal suo punto di vista (un po’ sul modello di Lost). D’altra parte, passando all’analisi dei temi, 1899 segue un pattern simile a quello della sua opera sorella. Come nell’opera precedente, la storia parte da una realtà apparentemente simile alla nostra, incrinata però da inspiegabili fenomeni, ammantati da un’aura trascendentale. Anche in questo caso, andando a fondo, ciò che si presenta dietro la facciata del soprannaturale si rivela essere prodotto di una tecnologia fantascientifica, che lavora sulla realtà come un complicato gioco di incastri e specchi. Se però la parabola creazionistica di Dark si era evoluta nel segno del citazionismo biblico, questa volta Baran bo Odar e Jantje Friese hanno evidentemente scelto come numi tutelari Sigmund Freud e Platone.

Il focus di 1899 è costantemente rivolto verso la mente umana, sul suo essere genesi e prodotto degli stimoli provenienti dall’esterno, costituendo l’impressione della realtà. La narrazione della serie costruisce il proprio intreccio in virtù di questo principio, giocando di continuo con il confine tra reale e immaginifico, tra esperienza e rappresentazione, sulla stregua del celebre Mito della caverna di Platone. In questo modo il racconto si fa paradigma delle tante opere del genere: i cosiddetti “mind-game film”, termine non a caso più volte citato nella serie. Da Matrix a Inception, sono numerosi i riferimenti di cui 1899 si fa consapevolmente carico, mostrandosi profondamente cosciente dei propri passi.

Dopo il capolavoro compiuto con Dark, Netflix e la coppia Baran bo Odar-Jantje Friese compiono con 1899 un esperimento su larga scala. Più complessa, di più ampia portata e più ricca di personaggi, la nuova serie si dimostra estremamente ambiziosa nel toccare un tema ontologico come quello del rapporto tra realtà e finzione, puntando allo stesso tempo su un cast internazionale e una produzione di grande respiro. Se da una parte bisogna ammettere che non tutto risulti perfettamente incastrato come in Dark, il finale aperto dell’ultimo episodio lascia lo spettatore quantomeno curioso di scoprire fin dove la nave di 1899 si spingerà.

1899 è su Netflix dal 17 novembre.

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