Ironico e aperto al dialogo, William Friedkin, si presenta sul palco della Festa del Cinema di Roma con un bicchiere di prosecco; lo segue a ruota il più composto Dario Argento. Grazie alla mediazione di Antonio Monda, direttore del Festival, i due ospiti danno vita ad una chiacchierata fra colleghi che si stimano moltissimo, ricca di curiosità e aneddoti divertenti.

Come omaggio a Dario Argento, Friedkin sceglie Profondo rosso (1975):

«Questa sequenza si apre normalmente – spiega Friedkin – ma pian piano la musica e le inquadrature iniziano a comunicare una certa tensione. Sai che succederà qualcosa, ma non sai esattamente quando. È lo stesso effetto che provo quando vedo un grande dipinto di Goya o Caravaggio. Molti registi di film horror ricorrono ai visual effects, qui c’è solo l’uso della macchina da presa e della colonna sonora che spesso contrasta con le immagini».

Monda ricorda al pubblico la grande abilità di Friedkin nelle scene d’inseguimento. «Se torniamo al cinema muto, l’inseguimento rappresenta la forma più pura di cinema, pensiamo a Buster Keaton…avete mai visto i suoi film? Se non l’avete fatto get the hell out of here! Lui era un maestro dell’inseguimento, avrebbe potuto morire recitando in quei film!». Dario Argento ci tiene a ricordare gli inseguimenti di French Connection, Vivere  e morire a Los Angeles, Jade «lui faceva degli inseguimenti reali, oggi è tutto fatto al computer, sono tutte cazzate!».

Friedkin confessa che il cinema che più di tutti ha influenzato la sua carriera è quello della tradizione italiana. «Leone, Fellini, Rossellini, Rosi, Antonioni, Bertolucci, Scola: tutti grandi registi, ma la caratteristica unica del cinema di Argento è che riesce a trasformare la paura e la morte in una sorta di intrattenimento». Tuttavia riconosce che la maggior parte dei critici non prende sul serio il genere horror, «perché non ne comprendono realmente l’arte. Dario è il maestro, poi vengono Mario Bava, Alfred Hitchcock e Henri-George Clouzot».

A proposito di Hitchcock, Monda lo invita a raccontare un episodio che lo riguarda: «Fui chiamato a dirigere l’ultimo episodio della serie The Alfred Hitchcock Hours. Un giorno Hitchcock si presentò sul set. Io ero vestito peggio di ora, avevo una t-shirt e un paio di jeans. Hitchcock mi tese la mano (forse si aspettava che la baciassi), ma io gliela strinsi, mi ricordo che era umida. Gli dissi che ero grato che mi facesse lavorare al suo show, lui mi interruppe: ”Signor Friedkin, di solito i nostri registi indossano la cravatta!”. Credevo scherzasse, quindi iniziai a dire: “Mi sono svegliato tardi oggi, non ho avuto modo di..”, ma lui se n’era già andato. Questo fu l’unico consiglio che mi diede!»

Dopo un intermezzo sull’opera lirica, di cui entrambi si occupano, viene mostrata la sequenza scelta da Argento, tratta da The Exorcist (L’esorcista, 1973). «È un film che ha spaventato intere generazioni, ma come hai fatto a far uscire tutto quel vapore dalla bocca?», chiede Argento. «Sopra ogni parete c’era un condizionatore che era molto potente (avrebbe potuto perfino raffreddare il Vaticano). La temperatura arrivava a – °F 40, quando poi accendevamo le luci per girare, la temperatura si alzava, creando un’escursione termica molto forte. Ogni mezz’ora dovevamo spegnere le macchine e raffreddare il set. Quando abbiamo visionato il primo materiale, non si riusciva a vedere il vapore, perché ero stato troppo stupido da non pensare che servisse una back light o una side light. Con un’illuminazione frontale era impossibile da vedere!».

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Friedkin precisa che «la storia è tratta da un fatto vero, accaduto a un quattordicenne del Maryland. Il ragazzo oggi lavora alla NASA e non ricorda niente di quello che gli è successo a 14 anni. Ho fatto questo film da credente e non da cinico (anche se non è molto popolare da dire soprattutto in America). Penso che questa sia la ragione per cui è sopravvissuto così a lungo negli anni. Non credo che questo sia un film horror, quanto piuttosto sul mistero della fede. Ho provato in passato a fare film horror ma ho fallito miseramente – è per questo che rispetto chi li fa. Di solito gli horror non mi spaventano, ma vi dirò una cosa: Psycho, Quattro mosche di velluto grigio, L’uccello dalle piume di cristallo, Profondo rosso, Suspiria, Tenebre, Phenomena mi hanno terrorizzato!»

Monda è già ai saluti di congedo, quando Friedkin interviene: «Non posso lasciare questo palco senza chiedere a Dario una cosa su di sé: hai mai pensato al suicidio?» «That’s a big one!» esclama Monda. Senza sbottonarsi Argento rivela: «Una volta ho tentato il suicidio. Era un momento in cui andava tutto benissimo. Stavo facendo Suspiria. Non so dire il perché». Friedkin con piglio da psicologo incalza: «E cosa ti ha fermato?». «Il consiglio di un dottore mio amico – lo accontenta Argento – ero in un albergo, la mia stanza era al sesto piano e si affacciava su Via Veneto. Sarei morto senz’altro se mi fossi buttato. Lui mi disse di mettere tutto quello che trovavo davanti alla finestra: divani, armadi, poltrone perché l’istinto di suicidarsi è breve e finché togli tutto t’è passata la voglia!».

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