#Venezia79: Tár, la recensione del film di Todd Field

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Todd Field è un regista che nell’arco di poco più di vent’anni ha messo la firma ad appena tre film. Nel 2001 esordisce dietro la macchina da presa con In The Bedroom, la turbolenta storia di un ragazzo con una donna più grande e che ha un figlio; successivamente, nel 2006, mette in scena con Little Children il triangolo di vite di una madre e un padre annoiati dai rispettivi matrimoni mentre sullo sfondo l’arrivo in quartiere di un pedofilo scuote lo status quo.

Field, ex attore, è un autore a cui interessa comunicare per equilibri spezzati. Prova a farlo anche con Tár (trailer), suo ultimo lavoro presentato in anteprima nel Concorso della 79esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. E per farlo cuce sin da subito addosso alla sua protagonista Lydia Tár (una Cate Blanchett per la quale il film è dichiaratamente pensato e scritto) degli evidenti contrasti: una compositrice donna e lesbica, che però rivendica con fierezza il titolo di Maestro rigorosamente declinato al maschile, considerata la migliore del suo tempo, direttrice della prestigiosa orchestra di Berlino e a suo perfetto agio nella posizione di potere che esercita con fermezza ogni singolo giorno.

Una figura in apparenza incoerente, investita da Field di attributi fallici e di tutta una serie di devianze comportamentali estratti dalla peggiore espressione del maschile autoritario di cui tanto abbiamo, purtroppo, imparato a sentire sopra i giornali. Lydia disprezza chi è incapace di discernere l’uomo dall’artista, rivendicando la distinzione tra spazio morale e spazio artistico nel cui mezzo c’è il cuscinetto della libertà espressiva, separa chi appartiene alla sua tribù da chi non lo è (quelli che non fanno parte del suo mondo vengono definiti “robot”), ragiona in ottica di favoritismi e apprezzamenti sessuali quando si tratta di assegnare posti nel suo complesso orchestrale.

E al di fuori di questa donna magnetica ma respingente nel film non c’è quasi altro. Field affida tutto a lei, giocando un gioco anche piuttosto pericoloso nel momento in cui le fa impugnare come una clava lo sprezzante atteggiamento con cui falcia quelle che, ai suoi occhi, sono le ipocrisie di una società eccessivamente esposta alle sensibilità individuali. Un gioco pericoloso, questo, perché si muove trotterellando in punta di piedi su un confine dove la sottile ironia associata a un personaggio odioso non è poi così nettamente distanziata da una presa di posizione del pensiero che sottostà all’opera.

Cate Blanchett è semplicemente perfetta nel calarsi nel volto scavato di questa donna contraddittoria che pare farsi grancassa di tanti tromboni fuori tempo massimo che ammorbano una società ancora a traino maschilista, ma il suo essere grimaldello che apre alla discussione a volte prende il sopravvento sopra le conseguenze a cui una figura del genere deve essere chiamata. Il suo essere donna, così come la sua omosessualità, è utilizzata come legittimazione alle critiche che mette sul banco, ma un paio di accostamenti nel corso del film scherzano col fuoco quando parlano del modo in cui la società contemporanea è viziata dalla facile condanna social, dalla cancel culture e da una isterica attenzione a quello che grossolanamente definiamo “politically correct”.

Riflessioni anche in qualche modo condivisibili ma affrontate in Tár nemmeno in maniera particolarmente raffinata, talvolta un po’ troppo a rischio di fraintendimento proprio per quei tromboni di cui si diceva poc’anzi. Del fraintendimento a Field se ne può fare una colpa fino a un certo punto, ma la sua responsabilità si trova in una costruzione della schizofrenia che nelle intenzioni starebbe a contraltare di una fragilità emotiva e sentimentale a cui la protagonista sarebbe soggetta, che eppure non emerge mai con l’adeguato spazio necessario per bilanciare la violenza del suo modo di stare e presentarsi al mondo.

L’autore ci prova spezzando lo spiccato rigore della sua regia in un due o tre momenti che cedono a simbolismo e onirismo, lasciati però a disperdersi nell’aria senza che riescano realmente a incidere o ad apportare un perché di fondo alle due ore e quaranta che si passano nella spiacevole compagnia di questo individuo. Vero è che a un certo punto, a seguito di uno scandalo le cui cause percorrono sommerse tutto il film, la abbandonano un po’ tutti, la moglie (Nina Hoss), l’assistente (Noémie Merlant) e anche l’ammiratore/collega (Mark Strong).

A rimanere è però la sensazione che questa figura proposta come complessa sia meno complessa di quanto in realtà appaia davanti a noi, osservata quasi più con indulgenza nei (pochi) spazi grigi che la tormentano che con condanna per le (molte) spine che Tár utilizza come strumento di offesa. Insomma, al di là della sua patina senza dubbio composta e affilata, Tár è un film abbastanza problematico. Appicca il fuoco e poi lo circoscrive fermandosi prima del dovuto, alla fine mostrando di questa medaglia solo una faccia e mezza.

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