#Venezia79: White Noise, la recensione del film di Noah Baumbach

White Noise

Ci si aspettava un fragore da White Noise (trailer), il film di Noah Baumbach apripista della 79° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Un limpido boato d’ovazione. Invece il suono che emana appare più indistinto, eterogeneo, multiforme. Come le voci che lo caratterizzano, a partire da quelle degli onnipresenti dialoghi che danno colore al film fin dalle sue battute d’avvio. Un tripudio sonoro che non lascia scampo allo spettatore catturandone l’attenzione. Se c’è un elemento che caratterizza questo White Noise, infatti, è proprio la sua ricchezza, tanto a livello sonoro quanto visivo e tematico, in un pastiche che ricombina insieme registri e generi diversi. Ma andiamo per gradi.

La storia del film, tratto dall’omonimo romanzo di Don De Lillo, è quella di una famiglia americana, la cronaca dell’assurdo di una quotidianità surreale e allo stesso tempo emblematica della contemporaneità. Da una parte Jack Gladney (Adam Driver), professore universitario tra i massimi esperti di Adolf Hitler, laconico e caricaturale. Dall’altra sua moglie Babette (Greta Gerwig), melliflua e sospesa, una figlia dei fiori che ha spostato le lancette in avanti di qualche decennio. In mezzo i loro quattro figli, per tre quarti nati da precedenti matrimoni dei due, voci risuonanti in una babele familiare che per la prima parte del film appare fine a se stessa. Ed è forse questa prima parte che cattura maggiormente. Che “innesca” l’attenzione. Poi, lo scoppio.

Ed è un’esplosione letterale a trasformare White Noise, che da surreale cronaca familiare si ritrova improvvisamente a vestire i panni di un disaster movie. Per tutta la parte centrale del film vediamo i personaggi strappati dalla loro caotica quotidianità, piombati in una fuga rocambolesca per salvarsi da una nube tossica potenzialmente mortale. Immagini apocalittiche che risuonano nell’immaginario collettivo, tra funeste visioni di fulmini e una catastrofe all’orizzonte che a momenti sembra richiamare il recente Don’t Look Up. Per certi versi i due film hanno molto in comune, a partire dalla produzione Netflix. Ma se l’opera di Adam McKay era un inno all’inconsistenza della società mediatica, White Noise declina il tema della catastrofe puntando non alla sfera della collettività bensì all’intimità dell’individuo.

La nuvola tossica non è infatti altro che un pretesto. Una nuvola passeggera, diremmo, che riporta alla fine i personaggi alla loro vita. Ma in un passaggio quasi didascalico, tra il mondo ordinario iniziale e quello straordinario del disastro, il ritorno all’ordinario appare irrimediabilmente alterato, come se la nube avesse oscurato quel quadretto familiare caricando il film di un’inquieta tensione. E così inizia quasi un nuovo film, che dalla dimensione collettiva si sposta a problematiche matrimoniali e individuali. Jack, tornato alle sue dissertazioni su Hitler, scopre di essere stato contaminato dalla nube tossica, mentre Babette, spenta e trasformata, assume delle misteriose pillole che ne intaccano la memoria. Ma allora qual è il filo che tiene insieme queste tre parti così diverse tra loro?

La risposta la dà il nostro stesso protagonista. In un bislacco dibattito accademico, un confronto tra le figure iconiche di Hitler e Elvis Presley, il professore afferma che ad accomunare entrambi era la loro presa sulle masse, folle urlanti accorse ad adorare i loro miti. Ma dietro quella adorazione ai vivi, secondo il professore, non si nasconde altro che un ossequio ai morti, al destino inconfutabile di quelle stesse persone. Ed è proprio questa la storia di White Noise. La storia di persone/personaggi e della loro pulsione di morte, un “rumore bianco” impercettibile eppure ossessivamente presente. La storia di un marito e di una moglie che affermano di voler morire prima dell’altro, per non vivere da soli. Quella dello stesso marito e della stessa moglie che celano in realtà una paura recondita della morte stessa, un terrore paralizzante che li spinge ad assurde conseguenze.

E così si motivano le pillole prese da Babette, un farmaco sperimentale che promette di cancellare ogni paura della propria fine. Allo stesso modo si spiega l’ossessione di Jack per Hitler, un uomo che a suo dire ha sconfitto la morte. In quest’ottica assume dunque un significato più organico la presenza stessa della catastrofe, restituzione visiva dello stesso impulso, nonché metafora di una società ossessionata dal bisogno di esorcizzare la sua fine. Oppure, più semplicemente, inebriata dalla grandezza della distruzione, proprio come le folle hitleriane.

Con White Noise, Noah Baumbach conferma ancora una volta la sua capacità di costruire storie all’apparenza surreali ma in grado di parlare allo spettatore nell’intimo. Tra scene assurde e situazioni che spaziano dal grottesco al paradossale, dall’onirico all’ironia nera, ciò che più si fa sentire è la straordinaria abilità del regista e sceneggiatore nel realizzare dialoghi perfetti e accattivanti. Il tutto con la resa di una coppia in grande spolvero come Adam Driver e Greta Gerwig, prestati a dei panni inusuali ma sempre credibili. A scanso di qualche difetto di bilanciamento, che lascia al finale un tono a tratti distaccato dal resto del film, White Noise conferma le aspettative dimostrandosi un’opera di qualità per questa 79° edizione della Mostra del cinema di Venezia.

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