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Dalla sua uscita su Netflix l’ultima stagione della fortunata serie tv britannica The Crown sulla vita della regina Elisabetta II, ha suscitato più che in passato entusiasmi e polemiche. Tutto ciò soprattutto per l’introduzione del personaggio di Lady Diana Spencer, amata e discussa icona di fine Novecento. Sulla famosa piattaforma streaming è presente un altro controverso prodotto che ha per oggetto il complesso rapporto matrimoniale tra Carlo e Diana e i problemi più intimi di quest’ultima. Diana: In Her Own Words (trailer) è un documentario televisivo trasmesso in prima tv nel Regno Unito il 6 agosto 2017, in occasione del ventesimo anniversario dalla scomparsa della principessa, rispolverato ora sulla scia del successo della serie tv. Nel film è lei stessa a raccontarsi, attraverso i nastri registrati in privato dal Dott. Colthorst, suo terapista vocale. Registrazioni che servirono poi da base per il libro best seller Diana: Her True Story, pubblicato nel 1992 dal giornalista Andrew Morton.

Come è accuratamente dichiarato in esordio, gli eventi sono narrati nel momento più critico del matrimonio tra i principi di Galles, quando ormai la storia tra Carlo e Camilla non era più un segreto per nessuno, e soprattutto a senso unico. I registi Tom Jennings e David Tillman non si lanciano in qualcosa di davvero rivoluzionario, cosa d’altronde impossibile quando si decide di indagare una delle donne già in vita più raccontate, scandagliate, vivisezionate della nostra epoca. La novità qui sta nella voce fuori campo di Diana che accompagna gli spettatori dal primo all’ultimo minuto, non fermandosi, con un effetto un po’ straniante, neanche sulle immagini del proprio funerale. Quanto ci sia di corretto nell’operazione lascia adito a dubbi. Sicuramente le registrazioni sono frutto di conversazioni intime e sebbene la loro diffusione non violi delle leggi, rilasciare postume dichiarazioni tanto private risulta quantomeno di ambigua moralità.

Diana: In Her Own Words ha uno sguardo volutamente parziale, privo di controparte. Sarebbe fuorviante definirlo film-verità, se per verità si intende quella oggettiva, con la V maiuscola, quella che secondo l’antico detto “sta sempre (o quantomeno spesso) nel mezzo”. Resta comunque una versione della storia, la prospettiva soggettiva ma non per questo meno  sincera di una donna ferita nel profondo. Certo anche la regia sembra voler prendere una posizione netta all’interno della vicenda, ben più che all’interno di The Crown dove pure la bilancia tende a sfavorire Carlo. Tra accorto montaggio e musica struggente la pellicola rischia più volte di cedere al patetico. Rischio scongiurato paradossalmente dalle parole della stessa protagonista che si descrive come ragazza ingenua, madre affettuosa, moglie tradita ma anche senza remore come bulimica, depressa, autolesionista, scampata al suicidio.

Diana: In Her Own Words

Lontano dalla rappresentazione semi-eroica che certi media hanno voluto dipingere di lei, per introdurre quella di una persona vera fatta di carne, tanta sofferenza e coraggio, vista le difficoltà che ancora oggi incontra chi decide di parlare apertamente di certi problemi. Quella di una ventenne emotivamente troppo fragile e immatura per un ruolo che l’avrebbe affogata, di una donna la cui vita esteriore si faceva romanzo a prescindere dalla sua volontà mentre quella interiore andava in frantumi. Cosa resa nel documentario con incisiva semplicità dalle dichiarazioni del dolore di Lady D alternate a immagini di lei sorridente e servizi giornalistici che dipingevano un mondo che esisteva solo nella patina delle copertine. Nel giorno del suo matrimonio, come lei dichiara, si sentiva come un agnello che si recava all’altare, creatura sacrificale per una monarchia bisognosa di un erede e una nazione che voleva la sua favola.

Per tronare alla serie The Crown l’immagine che emerge della principessa, interpretata dalla brava Emma Corrin, non sembra troppo lontana dalle sue dichiarazioni. Eppure in Gran Bretagna vedere la “principessa del popolo” chinata sul gabinetto a vomitare dopo un’abbuffata e il futuro re apertamente innamorato di un’altra donna ha riaperto vecchie ferite e lo stesso governo ha richiesto un disclaimer che avvisi gli spettatori che quella è fiction. Mentre è legittima l’obiezione che possa non essere giusto votare al mero intrattenimento drammi così concreti e relativamente recenti, sembrano ingiuste le accuse di superficialità nella rappresentazione dei personaggi, che appunto non hanno la pretesa di incarnare perfettamente la realtà ma di avvicinarsi ad essa e lo show in questione lo fa bene, toccando con equilibrio le corde emotive. Le persone vere sono ovviamente ben altra cosa, serve davvero un disclaimer per capirlo?

Niente e nessuno potrà davvero mai riuscire a raccontarle fino in fondo, ma un documentario come Diana: In Her Own Words prova a farlo, riuscendoci discretamente perché si concentra sull’analisi di un singolo aspetto della persona in questione. Al di là della retorica descrive senza giudizi un male, quello della depressione, che ha ben poco di straordinario. Un male che può colpire più o meno in sordina chiunque, uomini e donne di ogni età ed estrazione. Se poi sei la bella principessa del Galles capita che questa tua diffusa quanto terribile malattia, alimentata da un comunissimo matrimonio fallito e dalla fin troppo frequente indifferenza di chi dovrebbe tenderti una mano, diventi affare di Stato, anzi di Mondo.

La vita di Diana al di là dell’immagine pubblica, dal punto di vista interiore, non è stata troppo diversa da quella di centinaia di migliaia di persone abbandonate a loro stesse, causa un tabù non ancora superato verso i disturbi psicologici. Persone che soccombono, che lottano tutta la vita o che alla fine ne escono, come stava facendo Lady Spencer al momento delle interviste. Lei, complice il carisma e una breve vita, è diventata un personaggio tragico per eccellenza solo perché la gente ha bisogno di drammi sempre nuovi, forse ancor più che delle favole.

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