Su Amazon Prime Video: Il talento del calabrone, la recensione

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Ad aggiungersi al catalogo delle nuove uscite di Amazon Prime Video, Il talento del calabrone (trailer) è la seconda regia cinematografica di Giacomo Cimini, che torna a prendere in mano le redini di un prodotto finalizzato al grande schermo dopo ben 17 anni. Questo thriller dalle note drammatiche, prodotto da Paco Cinematografica e Eagle Pictures, nasce dalla penna del regista stesso, co-sceneggiatore con Lorenzo Collati.

Siamo a Milano, nella sede radiofonica di Radio 105 che vede come protagonista la voce di Steph (Lorenzo Richelmy), giovane DJ  e noto personaggio pubblico. Quella che sembra la solita trasmissione radiofonica di una serata qualsiasi, però, si trasforma in un incubo per tutti: Carlo (Sergio Castellitto), ascoltatore misterioso, chiama la stazione radio minacciando di suicidarsi in diretta facendosi esplodere proprio nel cuore della città. Sarà compito del Tenente Colonnello dei carabinieri Rosa Amedei (Anna Foglietta) giocare più di una mossa d’anticipo rispetto al “Calabrone”, come si fa chiamare l’aspirante suicida, prima che la situazione sfugga irrimediabilmente di mano e sia troppo tardi.

La pellicola si apre con una serie di inquadrature dall’alto, che fanno da establishing shot sulla notturna e pullulante di luci città di Milano, senza dubbio il polo più internazionale, industrializzato e quindi americanizzato della penisola italiana. Risulta ben chiaro sin dai primissimi frame che la dimensione più rilevante a cui il progetto – nonché la stessa regia – ambisce è un continuo richiamo ad una similitudine hollywoodiana. Ed è proprio questa ambizione, a cui ultimamente il cinema italiano in generale sembra accostarsi sempre più, che conferisce all’intero prodotto una duplice connotazione: se da un lato, infatti, si può solo che apprezzare la capacità di mettersi in gioco e tentare un approccio cinematografico più internazionale uscendo da quelli che sono i limiti di una comfort-zone vista e rivista, dall’altro si rischia di cadere nella pseudo-parodia di un classico americano arrangiato nella maniera migliore e con i migliori mezzi a disposizione.

Ne risulta un invano tentivo di creazione di un thriller psicologico avvincente qualsiasi, intriso però della classica esasperazione drammatica nella storia e nei personaggi tipica di una fiction televisiva, andando a privare di credibilità un prodotto potenzialmente di alto livello. Non mancano poi citazioni interne allo stesso mondo audio-visivo  che confermano per l’ennesima volta qual è effettivamente l’esigenza prima di una tale produzione (vendere!), e mi riferisco chiaramente al rimando continuo del gioco mentale che le due parti portano avanti tramite supporto radio/telefonico, palesemente sul modello professore-ispettore Murillo de La casa di carta. Insomma, è un prodotto che, notiamo bene, pone le basi su terreni già fertili, sondati e terribilmente commerciali non di certo di un particolare spessore.

Il talento del calabrone

Se dal punto di vista contenutistico l’ambizione inseguita da Il talento del calabrone ha provocato non poche delusioni, soprattutto in seguito a un trailer che aveva contribuito a innestare nello spettatore aspettative di un certo livello, gli apparati tecnici, tuttavia, hanno smorzato per quanto possibile l’eccessiva drammatizzazione degli eventi. Le scelte registiche, in un modo o nell’altro, risultano quantomeno coerenti con la concitazione delle azioni che sul piano visuale vengono tradotte con rapide e brevi inquadrature, a cui si affianca un montaggio dal ritmo incalzante e sostenuto. Il che contribuisce a tenere ben salda l’attenzione dello spettatore che ne subisce un’influenza visiva marcata, nonostante la staticità fisica all’interno della vicenda, svolgendosi i tre quarti di pellicola in uno studio radiofonico.

Estremamente saggio, legato a questo, è stato contrapporre alla freneticità degli animi e della condizione generale l’elemento musicale diegetico della musica classica, predominante dall’inizio alla fine della pellicola per motivi sostanzialmente drammaturgici, che “stride” in maniera assolutamente piacevole e paradossale al tempo stesso. Niente particolari complimenti invece per le interpretazioni attoriali, che ahimè, sono state uno dei maggiori flop della produzione: ad eccezione di Sergio Castellitto, l’unico probabilmente ad aver conferito credibilità al personaggio e a renderne anche particolarmente coinvolgenti i brevi e numerosi monologhi previsti dalla sceneggiatura, la restante parte si è mantenuta bene o male su un livello mediocre nella stragrande maggioranza, ma anche addirittura caricaturale per Anna Foglietta con maggiore attenzione nelle scene a carattere più drammatico.

In sostanza, Il talento del calabrone è un thriller scontato, dalla trama non particolarmente contorta o originale, ma tutto sommato efficace e in grado di toccare punti di concitato pathos soprattutto e chiaramente in chiusura del film. Se non altro, possiamo premiare l’ambizione di un progetto “nuovo” per il panorama italiano,  seppur trito e ritrito in quello internazionale.

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