#RomaFF21: Fatherland, la recensione del film di Paweł Pawlikowski

Fatherland, recensione Dasscinemag

Fatherland, ovvero: «la terra dei padri» quindi «patria». Quella che Thomas Mann lascia dopo l’ascesa di Hitler, per poi rimpatriare  nel 1949, dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Lasciare la Germania, ergo abbandonare frammenti della propria esistenza (passata) per costruirne una nuova. Fatherland (trailer) di Paweł Pawlikowski, presentato fuori concorso alla 21° edizione della Festa del Cinema di Roma, è un film sui ritorni nelle proprie terre: che siano gli insidiosi terreni legati all’esperienza familiare, che siano le fredde strade cementate di un paese diviso e ferito.

A bordo di una Buick nera, Erika (Sandra Hüller) accompagna il padre, il premio Nobel Thomas Mann (Hanns Zischler), in un viaggio verso Francoforte, nella Germania filoamericana, e verso Weimar, nella zona d’influenza sovietica. In occasione del bicentenario della nascita di Goethe, il ritorno in patria si trasformerà in un percorso segnato da incontri, riavvicinamenti e, soprattutto, dal trauma della morte del figlio Klaus (August Diehl).

È il terzo film della «trilogia del dopoguerra» diretta dal regista. Tutti (ma d’altronde, tutto il suo Cinema) riguardano le tortuosità familiari, viaggi verso mete ostili, identità da ricostruire. Divisi: come il rapporto di Mann con i suoi figli, Erika e Klaus, ma anche la Germania (est e ovest). Scissioni che frammentano il quotidiano: sia nei rapporti umani che politici. Nello sguardo di Erika (quella della Hüller è un’interpretazione magistrale) c’è amore et odio. Titubanze evidenti riguardanti un padre indeciso, che fluttua tra la grandezza artistica e l’incoerenza personale. Quello di Pawlikowski è l’ennesimo lavoro immenso sugli sguardi intimi dell’esistenza umana. Come in Ida e in Cold War, anche in Fatherland sono presenti le profonde ferite familiari del dopoguerra. Sono tutto però tranne che antiche, mere schegge del passato. Occupano nel contemporaneo uno spazio di enorme rilievo: come fantasmi bloccati nel mondo dei vivi che ascoltano gli uomini parlare la lingua dei morti. 

Fatherland, la recensione Dasscinemag

L’ultima scena è esplicativa: ciò che per poco meno di un’ora ci viene mostrato è un film sui padri e sulle chiese da ricostruire. Chiese che rappresentano la prole di una nazione lacerata, costretta a vivere sotto una infima divisione. Due facce, due parti della stessa medaglia: proprio come appare Mann a noi spettatori (tra sfera pubblica e privata). Prima Francoforte poi Weimar, in costante bilico tra due poli opposti: tra due forze simili, ma non identiche. Forze che smantellano un’identità: riducono in macerie l’idea di nazione e unione, quindi dividono le famiglie stesse. Thomas Mann è pertanto la rappresentazione lampante della sua terra, in un gioco di metafore arguto che lavora sulla costituzione di una memoria politica e vitale.

Riconnessioni dei frammenti: non riscrittura di una storia, bensì l’evoluzione di essa. Raccogliere i pezzi per poter, quindi, ricostruire e riadattare per esigenza. Basta questo per poter rinascere: tornare in patria non da padri ma da uomini decisi a curare ferite sanguinolente. La nazione, ergo la famiglia viene riscritta nella speranza di una ricerca di connessione, di essenza, di vita. In quelle strane chiese difficili da abbandonare…

You May Also Like

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ho letto la privacy policy e acconsento al trattamento dei miei dati personali ai sensi del Regolamento Europeo 2016/679 (GDPR) e del D.Lgs. n. 196 del 2003 cosi come novellato dal D.Lgs. n. 101/2018.