#RomaFF16: Hive, la recensione

Hive, la recensione del film di Blerta Basholli

Ogni volta che su uno schermo cinematografico compare la scritta “tratto da una storia vera” un brivido percorre la schiena di chi lo legge, perché quando la finzione cerca di replicare la realtà, la posta in gioco improvvisamente si alza. Seppure Hive, arrivato dalla sedicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, rientri in questa categoria, non si tinge di sfrenato romanticismo come molto spesso accade.

Nel film diretto da Blerta Basholli, sono passati sette anni dalla guerra del Kosovo, dove migliaia di uomini, donne e bambini sono stati rapiti, torturati, uccisi, senza neanche la possibilità di una degna sepoltura. Il marito di Fahirje (Yllka Gashi) è ancora disperso e la donna si ritrova ad occuparsi del suocero e dei suoi due figli.

Nel paese di Fahirje non avere un marito significa non poter condurre una vita dignitosa: anche semplicemente decidere di prendere la patente per poter lavorare diventa simbolo di libertinaggio, in un luogo dove l’ordine patriarcale regna vigorosamente e la donna può vivere unicamente in funzione degli uomini. Ma quando la disperazione supera di gran lunga le maldicenze paesane, delle vedove ormai sole hanno il bisogno di reinventarsi e di imparare a contare su se stesse.

In un viaggio sofferto che ha pochi istanti di sfogo chiassoso, la protagonista a cui era ormai negata la protezione, la sicurezza e la compagnia del marito, decide di prendere in mano la propria vita e quella delle altre vedove colpite dalla stessa tragedia. Andando contro l’opinione comune, Fahirje tenacemente scoprirà le capacità che prima non avrebbe potuto conoscere.

Una storia che valorizza così tanto il percorso di crescita di persone divenute personaggi non poteva godere di una regia migliore. La macchina da presa si muove lenta e si sofferma, riflette sulle immagini che mostra, in un silenzio di sacrale rispetto. Non ci sono momenti inopportuni, perché ogni elemento è perfettamente equilibrato. Le lunghe inquadrature sul viso della protagonista ci rendono intimamente partecipi del suo mondo interiore, che così poco poteva dare a vedere esternamente.    

Hive è un film la cui più grande forza sta nella semplicità d’esecuzione: dalla scrittura alla fotografia, al crudo realismo di luoghi e situazioni, tutto è orchestrato perché le emozioni possano arrivare chiare e trasparenti a chi decide di accoglierle. Davanti ad una simile tragedia non avrebbe potuto essere diversamente. È la storia di un femminismo necessario alla continuazione della vita, un inneggiare alla necessità di divincolarsi dalle opinioni altrui per seguire il proprio istinto ed imparare l’importanza dell’indipendenza.  

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