PesaroFF57: One Thousand and One Attempts to be an Ocean, recensione

One Thousand and One Attempts to be an Ocean recensione

Da qualche giorno si è conclusa la 57sima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro che ha visto come vincitore del premio assegnato dalla Giuria Giovani il cortometraggio, già presentato alla Berlinale 2021, One Thousand and One Attempts to be an Ocean (trailer) della regista Yuyan Wang (classe 1989, formatasi in Francia allo Studio national des arts contemporaines Le Fresnoy e prima all’Institut des Beaux-Arts di Parigi).

Ciò che colpisce del lavoro dell’autrice è il suo processo creativo che parte da una doppia selezione di contenuti tra i cosiddetti satisfying video diffusi sul web: prima tramite un algoritmo basato sui suoi gusti, poi attraverso una scelta effettuata dalla Wang stessa. Questo doppio passaggio vede in egual misura la presenza da un lato della componente tecnologica e dall’altro di quella umana che si incastrano perfettamente in un risultato tanto armonioso quanto disturbante.

Una tela bianca sulla quale viene gettato del colore blu evoca l’immagine di un oceano che ritroviamo per tutto il film sia come elemento visivo che metaforico attraverso un montaggio serrato che riesce a trascinare lo spettatore. Quella tela richiama lo schermo cinematografico, spazio in cui Yuyan Wang prende lo spettatore assuefatto dal sovraccarico di immagini del web e lo rende attivo concatenando quegli stessi contenuti in assonanze di movimenti e forme dando loro un nuovo significato. 

Un’opera cinematografica che nasce nel periodo pandemico, momento storico in cui i social e il web sono stati il principale canale di comunicazione con il mondo esterno per la maggior parte delle persone. La frammentazione della fruizione dei contenuti audiovisivi si è intensificata maggiormente in un contesto in cui, forse, il bisogno di scandire il tempo era fondamentale per contrastare una momentanea ma lunga stasi. La regista firma un cortometraggio in cui riesce ad uniformare ciò che era scollegato, comunicando, senza retorica, la condizione che abbiamo vissuto.

Susan Sontag nel suo Sulla Fotografia. Realtà e immagine nella nostra società scriveva sul susseguirsi ininterrotto delle immagini televisive e di come ognuna di queste cancelli quella che la precede; in questo senso, il cortometraggio di Yuyan Wang aiuta lo spettatore ad orientarsi e a ritrovare dei punti di riferimento che sembravano apparentemente persi e, in definitiva, lo salva dall’oblio a cui è condannato nel suo quotidiano.

Lo stesso algoritmo utilizzato per la parte visiva viene applicato anche per la componente sonora (scelta selezionando suoni degli ormai diffusi video ASMR) che si presenta minimalista e incisiva, costituendo una parte essenziale nella costruzione del senso del film. Il suo ritmo accompagna il susseguirsi dei video, accelerando o rallentando in base all’andatura scelta dalla regista.

Il film diventa così una vera e propria esperienza soggettiva e multisensoriale che attira lo spettatore e lo travolge come un’onda, in un insieme di sensazioni che rende quasi impossibile estraniarsi dall’opera in cui si è immersi e dove se non si vuole annegare bisogna farsi oceano.

di Michelle Dominici, Giovanna Elefante e Chiara Mariotti

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