Non aprite quella porta, la recensione del film su Netflix

non aprite quella porta

Il 18 febbraio è approdato sulla piattaforma Netflix, il nuovo film del famosissimo franchise di Non aprite quella porta (qui il trailer) con questa pellicola che si pone come diretto sequel dell’opera originale dal titolo omonimo (in realtà in inglese la differenza sta nel Chain Saw, in questa occasione tutto attaccato), diretta ai tempi da Tobe Hooper e distribuita nei cinema nel 1974.

La storia del film narra le vicende di Dante (Jacob Latimore) e Melody (Sarah Yarkin), due giovani ragazzi influencer che giungono ad Harlow, nel Texas, per avviare la loro nuova attività imprenditoriale. I due sono accompagnati da Lila (Elsie Fisher), sorella di Melody, e da Ruth (Nell Hudson), compagna di Dante. Nell’esplorare gli edifici di questa cittadina i ragazzi si imbattono in un’anziana donna, la quale si rifiuta categoricamente di abbandonare la sua casa seppur questa non sia più effettivamente di sua proprietà poiché acquistata insieme al resto della cittadina dai nostri protagonisti. Nel tentativo di convincere l’anziana a lasciare la sua dimora, i ragazzi scateneranno la rabbia di un temibile uomo, anch’esso residente nella stessa casa. Sono queste le premesse che porteranno i giovani a vivere l’esperienza di un tremendo massacro ad opera di quello stesso uomo che si rivelerà presto essere il maniaco omicida conosciuto come Leatherface (Mark Burnham), del quale si erano perse le tracce da diversi decenni.

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Il film diretto da David Blue Garcia benché sia, come già detto, seguito immediato del film del 1974 (che quindi cancella tutti i sequel anche ad opera dello stesso Hooper), condivide con esso ben pochi aspetti. Le atmosfere orrorifiche e claustrofobiche del primo film qui sono del tutto assenti. La tensione che era uno degli elementi cardine nell’opera originale qui sembra mancare del tutto, con lo stesso Leatherface che non si configura come una presenza angosciante e terrificante. Nonostante compia azioni terribili, le scene in cui appare sono costruite in modo da risultare prevedibili e scontate. Gli omicidi ad opera del killer godono di una buona resa dal punto di vista degli effetti speciali, quello sì, e infatti risultano decisamente crudi e violenti. Ma allo stesso tempo sembrano essere atti totalmente fini a se stessi, aventi come unico scopo quello di scioccare lo spettatore, eliminando qualsivoglia forma di pathos.

In tutto questo è complice la povera scrittura dei personaggi, relegati ad essere solamente delle vittime sacrificali privi di profondità, come fossero quasi animali da macello diretti verso il loro inesorabile fato. Le azioni e le scelte compiute dai nostri protagonisti mancano molto spesso di logica, generando dunque situazioni o eventi pressoché inverosimili e poco credibili. Tutto ciò contribuisce a generare nello spettatore un senso di straniamento dalla vicenda, portandolo quasi a disinteressarsi del destino dei personaggi.

Non aprite quella porta pecca anche sul lato tecnico, non spiccando particolarmente in nessun ambito specifico. La regia è quella di un mestierante (anche se in produzione c’è Fede Alvarez), priva di guizzi e scelte stilistiche di qualità. Anche la fotografia non gode di grande pregio, i colori e le luci risultano anonimi e privi di originalità e gettano i personaggi in un’ambientazione fredda, asettica e impersonale; totalmente l’opposto di quanto avveniva nel film di Hooper, dove la sporcizia e le invereconde atmosfere regnavano sovrane per tutta la durata del film.

Questo sequel di Non aprite quella porta è uno slasher che in qualche modo intrattiene lo spettatore, ma purtroppo qui si ferma. Non lascia spunti per riflessioni, non scandalizza, non impressiona, ma tutto sommato non risulta del tutto inguardabile, Gli amanti del genere e della saga riusciranno probabilmente a passare un’ora e venti minuti di svago, spegnendo il cervello e cercando di dimenticare di trovarsi davanti ad un film che possa considerarsi un degno erede del rivoluzionario cult senza tempo di Tobe Hooper.

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