Nido di vipere, la recensione: la portata principale nel menù di settembre

Nido di vipere recensione film

I film sono come ricette e dietro le grandi ricette ci sono grandi chef. Il segreto per il piatto perfetto non è, com’è facile pensare, l’evidente protagonista. Mettiamo caso, per esempio, che il nostro soggetto in questione sia un filetto di manzo. Ciò che ne determina il carattere e il sapore non sarà il tipo di taglio di carne scelto ma la capacità del nostro chef di trattarlo bene, cuocendolo al punto giusto e arricchendolo con spezie particolari e il contorno adatto. Basta poco per rovinarci l’appetito: un po’ troppo di quello, troppo poco di quell’altro; è l’equilibrio quello che cerchiamo.

Kim Yong-hoon, nonostante si parli del suo film d’esordio, sembra abbia già la maturità delle stelle Michelin del panorama cinematografico asiatico, la cui popolarità è molto in crescita negli ultimi anni anche nel mercato occidentale. Partiamo dalla base del piatto che è Nido di vipere (trailer), il soggetto: un uomo imprigionato nella routine del suo lavoro e costretto a badare alla madre anziana trova un borsone abbandonato pieno di contanti (Bae Seong-woo); un doganiere in debito con la criminalità organizzata prepara una truffa per risolvere i suoi problemi finanziari (Jung Woo-sung); una escort con un marito violento trova una via di fuga dai suoi problemi familiari grazie ad un cliente innamorato (Shin Hyun-bin). Tre storie diverse con tre diverse sfumature che ruotano tutte attorno ad un singolo ingrediente: la cupidigia. Ci troviamo davanti ad un tris di primi, l’alta cucina dell’innovazione che si mescola con il casereccio, il piatto di pasta della nonna.

Nido di vipere recensione film

Passiamo ora al condimento, e sono necessari tre sughi differenti: la commedia, il dramma e il thriller. La commedia e la comicità funzionano in virtù di personaggi ben caratterizzati e un po’ fuori dalle righe a cui è impossibile non affezionarsi; il dramma è intrinseco all’essenza della pellicola, i problemi quotidiani che affliggono i protagonisti della vicenda sono struggenti ma non melodrammatici, la chiave giusta per suscitare empatia; la componente thriller dai ritmi serrati è asfissiante, ogni secondo che passa vuoi sapere cosa accade il secondo successivo e quello dopo ancora e così via per l’intera durata del film, che non lascia un secondo di respiro allo spettatore nemmeno per sbattere le palpebre.

Il piatto ora è definito, sappiamo dargli un nome e se lo mangiassimo così non ci dispiacerebbe di certo, ma manca ancora qualcosa per renderlo unico: un pizzico di autorialità. Prendiamo un cucchiaio della comicità grottesca dai fratelli Coen, 20 grammi di costruzione della tensione dai fratelli Safdie, mezza tazza di narrazione intrecciata da Tarantino, una spolverata di violenza allucinante da Takashi Miike e concludiamo il tutto con una grattugiata di capacità nel narrare il disagio della classe sociale medio bassa coreana di Bong Joon-ho.

Serviamo ora il piatto con grande maestria, con fotografia ben curata e virtuosismi degni di nota – uno su tutti il piano sequenza che segue il borsone Louis Vitton nei primi minuti del film. Accompagniamo il tutto con la colonna sonora adatta – il lavoro di Nene Kang in questo senso è eccezionale – e un calice di vino rosso, per stare in tema magari proprio un buon Chianti, e il gioco è fatto. Il risultato? Lo stomaco pieno, le papille gustative soddisfatte e deliziate e un’esperienza da raccontare e consigliare agli amici e parenti più temerari. Unico consiglio: dopo il pasto preferire una camomilla o una tisana al classico caffè, la pellicola basterà a tenerti sveglio per tutta la notte.

Nido di vipere è al cinema dal 15 settembre.

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