Maigret e la giovane morta, la recensione: non è tutto oro quello che luccica

Maigret e la giovane morta film di Patrice Leconte recensione Dasscinemag

Il commissario più famoso di Parigi torna nelle sale con Maigret e la giovane morta (trailer), adattamento del giallo omonimo di Georges Simenon del 1954. A interpretare il burbero poliziotto è Gérard Depardieu e lo fa così efficacemente da far dimenticare del collega Jean Gabin, storico volto di Maigret. Il film scorre bene, complice la precisa interpretazione di Depardieu e il soggetto già solido di partenza. Alla metà forse perde slancio, diventa un po’ prolisso, ma non irrecuperabilmente.

La regista Patrice Leconte mette in scena la morte di una giovane ragazza di provincia, arrivata a Parigi con molti sogni e pochi mezzi. Maigret si farà aiutare da Betty (Jade Labeste), una ventenne tanto simile alla vittima da sembrare una presenza fantasmatica, a comprendere almeno in parte come vivesse la ragazza. Questo incontro lo colpirà intimamente e riporterà a galla sentimenti fino ad allora sopiti, complice una questione personale tanto dolorosa quanto irrisolta. Il caso si articola in due ambienti opposti ma speculari: i sobborghi parigini e le case della nuova borghesia francese, costringendo il commissario ad un doppio sforzo d’astrazione, essendo lontanissimo da entrambi.

C’è da chiedersi il motivo per cui questo adattamento sia arrivato proprio adesso, a quasi settant’anni di distanza dall’uscita del libro. La risposta va forse cercata proprio nella giovane morta, Louise (Clara Antoons). La ragazza versava in una condizione precaria, fatta di solitudine e di sogni che si sgretolano giorno per giorno. La fortuna che si aspettava di trovare a Parigi si è rivelata solo un’illusione e sembra che le uniche possibilità siano corrompersi o soccombere. È quindi vittima, ancor prima di morire, di un sistema malato a cui nessuno l’aveva preparata e compie il solo errore fatale di essere troppo ingenua per quel mondo.

Maigret e la giovane morta film di Patrice Leconte recensione Dasscinemag

Leconte non ci mostra solo un delitto, ma ci porta nelle camere in affitto, che brulicano di giovani tutte simili tra loro, dove nessuno sa chi sei e, se non fai rumore, nemmeno cosa fai. A tutto questo fa da contraltare l’alta borghesia, la terra promessa per queste ragazze. Il mondo patinato fatto di feste e abiti costosi, dove il sembrare per bene è anteposto allo stare bene. Quando le ragazze di provincia riescono ad insinuarsi nelle crepe dei palazzi lussuosi, lo fanno per poco, finché sono utili, per poi venire allontanate malamente. Così come il flash delle macchine fotografiche ad una festa accecano lo spettatore, le giovani vengono abbagliate per un istante dallo splendore, per poi ripiombare nel buio più stravolte, deluse e sole di prima.

Leconte potrebbe aver scelto di adattare questo libro perché tratta di tema tanto antico quanto vivissimo, ovvero il tentativo di migliorare la propria condizione di vita. Ha il meritevolissimo pregio di non fermarsi a questo aspetto, di non intrappolare le ragazze che incontriamo nel ruolo di vittime indifese, dividendo nettamente buoni e cattivi, ma di allargare il ragionamento, di mostrarci dall’interno com’è fatto davvero il mondo al quale si aspira, sottolineando anche le sue debolezze, oltre a quelle delle ragazze.

Questo potente gioco di specchi, dove la realtà, il sogno e le immagini del passato si mescolano, sembrano volerci dire di stare attenti a ciò che desideriamo, perché potrebbe pericolosamente realizzarsi.

Nelle sale dal 15 settembre.

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