Lino Banfi e Nino Manfredi

In occasione del centenario dalla nascita di Nino Manfredi, DassCinemag ha avuto modo di scambiare qualche chiacchiera con Lino Banfi che ci ha raccontato della sua amicizia con l’attore di cui celebriamo il secolo.

Con il grande Nino hai girato tre film, ovvero un episodio del film “Basta che non si sappia in giro” (1976), e negli ultimi tempi due fiction Rai, “Un difetto di famiglia” (2002) e “Un posto tranquillo” (2003). Raccontami del primo film, vi siete conosciuti in quell’occasione o eravate amici già dapprima?

No, prima non ci conoscevamo. Luigi Magni mi propose di recitare in quell’episodio, nei panni del direttore del carcere, ruolo che avevo già svolto in Detenuto in attesa di giudizio a fianco di Alberto Sordi. Manfredi vestiva invece i panni di un secondino, l’episodio si chiamava Il superiore. Fu una cosa molto carina, le riprese durarono pochi giorni. Il film era di Luigi Magni, che mi disse «ti farò rigare dritto». Intendeva che un giorno mi avrebbe fatto recitare in un suo film, facendomi parlare in un perfetto italiano, e non con il mio accento pugliese.

Eri già un fan di Nino?

Certo. I film che avevo amato di più erano stati Per grazia ricevuta e Pane e cioccolata. Pellicole in cui aveva espressioni e pause da Oscar! Lo vidi nel Rugantino. Quando recitavo nell’avanspettacolo, anticipavamo le proiezioni dei film di Nino Manfredi. Il nostro spettacolo di solito precedeva il il film. Quante di queste pellicole vedevamo da dietro, al contrario, dai camerini. «Un giorno ci lavorerò», dissi agli altri attori della compagnia, cosa poi avvenuta grazie alla mia determinazione.

Negli anni immediatamente successivi avete mai pensato di girare un film assieme?

No, devo dire che non avrei mai osato. Manfredi per me era troppo grande, non mi sarei mai permesso di chiedergli “Nino, vorrei fare un film con te”, anche se lui mi faceva spesso i complimenti per alcune delle mie pellicole. Io lo chiamavo “maestro”, e lui rispondeva «stai diventando anche tu maestro, ormai non sei più l’allievo».

Però vi siete incrociati sul set di “Grandi magazzini”, nel 1986.

In realtà su quel film non ci siamo mai incontrati, perché recitavamo in scene diverse. Anche se Castellano e Pipolo, i registi del film, mi dissero «Lino, questa è la sceneggiatura, scegli il ruolo che vorresti fare». E il primo che mi piacque fu proprio quello che avrebbe dovuto interpretare Nino, sul quale avevano scritto qualcosa come “vecchio rimbambito”. Risposi «questo», e loro «no, lo deve fare Manfredi». Ne scelsi un altro, «no, lo deve fare Montesano», e allora risposi «che me li fate scegliere a fare se sono già tutti presi?». E allora mi venne l’idea e dissi «me lo scrivo da solo». E fui io, appunto, a designare il ruolo del mendicante canterino, dopo aver visto un suonatore di fisarmonica e l’altro di violino, fuori da una Standa, assieme a mia figlia Rosanna. Mi venne l’idea “facciamo questi ruoli”. E guarda caso al film ha partecipato anche Rosanna, dato che piaceva molto sia a Castellano che a Pipolo.

In quel periodo tu e Manfredi vi frequentavate?

Certo, se ricordo bene l’ho avuto come ospite, per ben due volte, nella trasmissione Stasera Lino, risalente al 1989, che conducevo con Heather Parisi.

Come nacque invece l’idea della fiction “Un difetto di famiglia”, dove siete protagonisti assoluti?

In realtà non so come nacque, ma venne comunque dal produttore Lucisano e dal regista Alberto Simone, marito della figlia di Nino, Roberta. Andò cosi: in quel periodo mi recai in Kosovo per intrattenere i militari italiani di stanza da quelle parti, cosa che prevedeva il collegamento in diretta con Rai 1, in un programma di Milly Carlucci. E proprio lì ricevetti questo telegramma dove c’era scritto «vorresti recitare nel film con Manfredi?». Io risposi «caspita! Tra qualche giorno torno in Italia e ne parliamo, comunque accetto!». Il film, come ben sai, ha due fratelli come protagonisti, e lui, chissà perché, lesse e disse «mi piacerebbe fare il fratello gay». Prima delle riprese ci conoscemmo meglio, e dopo una settimana di riprese, accadde una cosa bellissima: andammo a cena con suo fratello Dante, oncologo, e mettendomi una mano sulla spalla gli disse «ah Dà, me sa che se semo fatti ‘n’artro fratello!». Avevamo legato così tanto che già mi reputava un fratello…

Hai mai dato qualche suggerimento a Nino?

Suggerimenti proprio no, però lo aiutavo. Lui non sentiva molto bene, per cui ricorreva a un auricolare molto piccolo, nascosto in un orecchio, attraverso il quale ascoltava il suggeritore. Il problema era che lui restava catturato dalle mie battute e, nel frattempo, non aveva sentito il suggeritore. E allora un bel giorno gli ha dato la seguente direttiva, «suggerisci solo quando Lino ha finito la battuta!». Così facendo però passavano troppi secondi tra la mia e la sua battuta, cosa che faceva arrabbiare anche il regista, genero di Nino. Ho cercato di risolvere la situazione in questo modo (lui si fidava di me). Finivo la battuta, il suggeritore partiva, Nino ascoltava, ma nel buco in mezzo (anche 10/15 secondi) io mi sono inventato delle cose tipo «vedi, non sai che rispondere, perché stai zitto su questa faccenda qua?», in modo da far sembrare realistico e non un difetto di realizzazione la pausa tra le mie battute e quelle di Manfredi. La tecnica ha funzionato a meraviglia, e come se ne è reso conto, Nino mi ha abbracciato. «Lo vedi che ci voleva così poco», gli ho risposto.

Tra un ciak e l’altro improvvisavate qualcosa?

Qualcosa, sì, ma non più di tanto, anche perché Nino aveva già una certa età. E poi, contrariamente agli altri film che ho fatto precedentemente, in cui improvvisavo tantissimo, lavorando con un grande come lui, preferivo non sbilanciarmi più di tanto. Magari ne parlavamo prima, sì, e a lui andava sempre benissimo.

Immagino sul set ci fosse un’atmosfera molto familiare.

Ma la cosa più divertente è che dopo un po’ si stancarono di chiamarci Lino e Nino, perché i nostri nomi si assomigliavano, e certe volte non si capiva. Allora dissi «facciamoci chiamare con i nostri nomi di battesimo, ovvero Pasqualino e Saturnino». E, per ridere, alle volte quando ci chiamavano, si voltava sempre l’altro. Al grido di “Saturnino” ero io a rispondere e viceversa (ride).

L’anno dopo avete fatto il bis, con “Un posto tranquillo”, per quanto Nino faccia una piccola parte.

Fu il figlio a riferirmi che Nino disse «vorrei fare un’altra cosa con Lino». Ovviamente accettai, e anche il produttore fu d’accordissimo. Io feci il protagonista, lui interpretò un frate cieco, che appare in poche scene. Si pentì di aver fatto quel film, anche per via di quelle lenti a contatto da occhi ciechi, che gli facevano bruciare le pupille.

Poco dopo quel lavoro, Manfredi sarebbe venuto a mancare. So che gli sei stato molto vicino.

Sprofondò infatti in un coma interminabile. Un’agonia che non finiva mai. Andando a trovarlo intubato in ospedale, gli dissi, tenendogli la mano, «abbiamo fatto i gay, ora faremo un film in cui interpretemo due transessuali!». Gli scese una lacrimuccia, ma non aveva la forza di sorridere, poverino.

Quella dei transi sarebbe stata comunque forte, una cosa come quella che hai fatto a fianco di De Sica in “Bellifreschi”.

Direi di sì.

Credi che in questi giorni lo si stia omaggiando nel modo giusto?

Certamente. E’ il minimo che si possa fare per un personaggio come lui. La collaborazione con lui ha segnato una bella tappa della mia lunga carriera. Certo, ho lavorato anche con Sordi, anche se per una sola volta, ma a lui l’ho conosciuto meglio negli anni a seguire.

Tra Manfredi e Sordi chi reputi più spontaneo, più naturale come attore?

Direi che lo sono entrambi. Una volta il grande Mario Monicelli mi disse «tu sei abbastanza simile sia a Sordi che a Manfredi, siete uguali nella vita come nella recitazione, non possiamo stabilire quando gli attori stiano recitando o meno!». Per Alberto e Nino questo discorso è giustissimo, io li vedo molto spontanei entrambi, con quella loro parlata romanesca. Poi per Nino, avendolo conosciuto molto bene personalmente, lo posso confermare al 100%: era sé stesso, nella vita come nel lavoro. Mentre ci sono attori che quando recitano fanno gli attori e basta, nel senso che non hanno gli stessi atteggiamenti della vita di tutti i giorni. Gassman ad esempio è un grandissimo, ma era attore, nel senso vero e proprio. Tognazzi forse ne aveva di più, non penso che i suoi duetti con Vianello fossero studiati più di tanto. E mi faceva morire dal ridere.

Però Nino resta il personaggio che hai conosciuto di più.

Diciamo di sì, anche se ho assorbito un po’ tutti i mattatori di quella generazione, da loro ho appreso i tempi, soprattutto. Il mio linguaggio è molto diverso da quello degli altri, non credo sia esistito prima di me un attore che abbia caratterizzato così tanto l’accento pugliese. Credo di aver aperto la strada alla pugliesità, dato che mi sembrava un sentiero ancora non praticato.

Tu e Manfredi, per quanto diversi, siete due tipi simili, complementari.

Grazie!

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