
Cause e conseguenze della carneficina. La quinta e ultima stagione di The Boys (trailer) prometteva un finale di dimensioni apocalittiche: l’America di Patriota (Antony Starr) sembrava ad un passo dal collassare su sé stessa, tra guerra civile e campi d’internamento, e affidava le sue ultime possibilità di salvezza alla squadra di ricercati capitanata da Billy Butcher (Karl Urban). Sarebbe una menzogna sostenere che i nuovi episodi abbiano tenuto fede a questa premessa, siccome della distopia si respira a malapena una timida parvenza. Tuttavia, è altrettanto evidente come, sotto certi punti di vista, la serie riesca a mantenersi coerente con la sua quintessenza a tal punto da portare lo spettatore a chiedersi: la catastrofe preannunciata sarebbe stata davvero possibile? Il pubblico sta guardando The Boys per quello che è, o per quello che vorrebbe che fosse?
È innegabile che la scrittura della stagione finale sia disordinata, affrettata, raffazzonata, ma provare a criticarla come singolo capitolo vuol dire necessariamente anche rintracciare i difetti di cui la serie soffre da ormai molto tempo, i cui sintomi hanno ostacolato e impedito la conclusione perfetta in cui tutti speravano. A risentire di una scrittura a priori zoppicante sono molti dei personaggi secondari; se alcuni trovano, anche solo per poco, cospicui momenti di trionfo narrativo e attoriale (come l’A-Train di Jessie T. Usher o la Firecracker di Valorie Curry), altri perdono del tutto la loro direzione. Quelle di Soldatino (Jensen Ackles) e Sister Sage (Susan Heyward) sono motivazioni incomprensibili e non possono far altro che condurre i personaggi a scelte quasi campate per aria, impedendo loro di avere un posto di vero rilievo nell’ecosistema narrativo del gran finale. Inutile parlare di Black Noir (Nathan Mitchell), al quale sembra quasi essere stata negata una reale possibilità di sviluppo al di fuori dell’ombra del più riuscito Abisso di Chace Crawford, che invece chiude perfettamente la sua parabola di immisurabile mediocrità.

La verità è che, arrivata al tempo della resa dei conti, The Boys non riesce a trovare spazio per tutti e ricorre alle soluzioni più banali per concludere dei personaggi tenuti “in vita” più del dovuto. È infatti nei momenti più dolorosi, quando si è costretti a salutare alcuni dei volti più cari, che ci si accorge della vera causa di questo disordine di sceneggiatura. Sembra quasi che la serie di Eric Kripke non abbia mai avuto finora il coraggio di dire addio a qualcuno dei suoi protagonisti, privando il pubblico di un’esperienza fondamentale per il fruitore seriale: il lutto. Separarsi dal proprio personaggio del cuore, superare la sua scomparsa e osservare la storia andare avanti senza di lui può rivelarsi una fonte di sfumature interessanti per lo spettatore di una serie. Allo stesso modo, per chi la storia la racconta, rinunciare ad una figura principale nel giusto momento assolve al triplice scopo di creare un momento fortemente emozionante, donare un nuovo carattere agli eventi futuri e, strategicamente, rendere più facile il lavoro di scrittura. The Boys, non avendo mai trovato il modo adatto di abbandonare alcuni dei suoi ruoli più importanti, si è condannata ad annegare in una quinta stagione allagata di personaggi superflui, tra i quali non riesce a trovare un equilibrio narrativo soddisfacente.
Dunque non è da escludere che sia questa la vera debolezza del finale di serie e non, come sostenuto dalla quasi totalità del pubblico insoddisfatto, un’apparente incoerenza nei livelli di power scaling dei personaggi. The Boys non è un prodotto supereroistico come gli altri, né un anime shōnen, e mai ha cercato di esserlo. Non sono gli scontri tra superumani a donare un carattere speciale alla serie, e anzi essa si è sempre mostrata disinteressata dal rappresentarli in modo epico e verosimile: quelle tra i personaggi non sono altro che risse da bar, scazzottate tra incompetenti che, senza i loro poteri, non riuscirebbero a fare del male ad una mosca (compreso il temutissimo Patriota). L’ultima stagione non rinuncia alla sua natura essenziale e anti-spettacolare, mantenendosi coerente nella crociata contro la marvelizzazione dell’immagine e dei momenti d’azione.

Al contrario, è ormai da due stagioni che l’opera ha compiuto la sua svolta definitiva verso la satira, il simbolismo e la parodia e ancora una volta la sua critica nei confronti dell’America trumpiana è, seppur molto semplice, lucidissima. La visione spaventosamente azzeccata degli autori sull’attualità statunitense raggiunge la sua massima espressione nei momenti in cui riesce con largo anticipo a immaginare fatti di cronaca realmente accaduti nel lasso di tempo che corre tra la distribuzione degli episodi e la pubblicazione di questo articolo. Secondo quest’ottica, diventa ovvio che l’apocalisse prefigurata da trailer e locandine non fosse davvero alle porte: la Vought Tower in fiamme e la Washington distrutta dei poster hanno un valore tutto allegorico. La regia è infatti costellata di simboli e metafore sempre più espliciti che raccontano senza scrupoli la decadenza dell’America e dei suoi miti.
I Boys rappresentano un’ultima volta l’umanità residua di una nazione disastrata e manipolata: grazie alle performance più che adeguate di Erin Moriarty, Tomer Capone, Karen Fukuhara e Laz Alonso, è impossibile non tifare per loro ed è altrettanto difficile non emozionarsi nel momento dei saluti. È però lo Hughie di Jack Quaid a chiudere eccezionalmente questa storia di sangue e ossa insieme al suo compagno, rivale e ormai fratello William Butcher, in un episodio finale che raggiunge momenti di massima tensione e potenza. È in questo che Antony Starr regala un’ultima, immensa prova che racchiude in sé il personaggio di Patriota e tutti i suoi tormenti nella loro globalità.
Se si tengono a mente la vera natura della serie e i suoi enormi difetti, l’ultima stagione di The Boys diventa un’esperienza godibile e soddisfacente, piena di lacrime e risate, in cui non manca il rispetto per i personaggi che hanno accompagnato il suo pubblico negli scorsi sette anni. Per quanto immediata, la sua (non più) caricatura mostra al mondo intero la follia di un presente delirante e mette in ridicolo il potente che, aspirando alla “superumanità”, getta il suo popolo in un inestricabile marasma di false promesse. Dal cielo arrivano solo bugie, è dalla terra che nascono i veri eroi.

