
La sobrietà (trailer) di Carlo Fenizi è tutto fuorché sobria. Fin dal titolo, il film gioca apertamente con un’ironia programmatica: promette misura ed equilibrio, ma consegna allo spettatore un’esperienza eccentrica, stratificata e volutamente fuori controllo. Il risultato è un’opera che si muove tra commedia nera, mockumentary e suggestioni noir, mantenendo sempre un’identità sfuggente e provocatoria.
La trama segue Rodrigo, regista in crisi dopo uno scontro con la produttrice Italia Martinelli, che si ritrova a documentare il lavoro della enigmatica acting coach Kimba. Attorno a lei ruota un microcosmo grottesco e affascinante: attrici disposte a tutto pur di emergere, figure caricaturali e insieme dolorosamente credibili, e un sistema che sembra nutrirsi di ambizione, manipolazione e illusioni. Il “Metodo Kimba” diventa così il fulcro narrativo e simbolico del film, un dispositivo attraverso cui Fenizi mette in scena le contraddizioni del mondo dello spettacolo.
Ciò che rende La sobrietà interessante non è tanto la storia in sé, quanto il modo in cui viene raccontata. La struttura frammentata, le testimonianze incrociate e l’ibridazione tra documentario e finzione creano un vortice narrativo che riflette perfettamente il tema centrale: la dissoluzione dei confini tra realtà e rappresentazione. In questo senso, il film dialoga con una contemporaneità dominata dal “finto realismo” dei social, contrapponendovi una fantasia sfrenata, quasi anarchica, che diventa atto creativo e politico.

Fenizi abbraccia un’estetica dichiaratamente artificiale, rifiutando il naturalismo per spingersi verso il grottesco e il camp. I personaggi, volutamente sopra le righe, incarnano una “biodiversità” umana ipertrofica, dove identità, lingue e provenienze si confondono fino a diventare maschere. È proprio in questa deformazione che il regista sembra trovare una forma di verità: il grottesco, suggerisce, è spesso più autentico della presunta normalità.
Il film è anche una riflessione metacinematografica sul controllo e sull’autorialità. Fenizi, che si definisce un regista “controllatore”, lascia che la sua stessa immaginazione prenda il sopravvento, trasformando l’opera in un’esperienza catartica e liberatoria. Questa tensione tra controllo e caos si percepisce in ogni scelta stilistica, dal montaggio alla costruzione dei personaggi.
Non tutto, però, è immediatamente accessibile. La frammentazione narrativa e l’eccesso stilistico possono risultare respingenti per chi cerca una narrazione lineare o un ancoraggio realistico. La sobrietà è un film che richiede disponibilità a perdersi, ad accettare l’ambiguità e a lasciarsi trasportare in un universo volutamente instabile.
In definitiva, La sobrietà è un’opera personale e divisiva, ma proprio per questo viva. Più che raccontare una storia, Fenizi costruisce un manifesto estetico e poetico, un viaggio nell’assurdo che riflette, in modo deformato ma incisivo, le dinamiche del nostro tempo e del mondo del cinema. Un film «pazzo e sincero», come lo definisce il regista stesso, che trova nella sua mancanza di sobrietà la sua cifra più autentica.

