
Si potrebbe stare ore a parlare della meraviglia che ti pone davanti gli occhi un film come Millennium Actress (trailer). Di come sia una dedica al cinema immensa e di come lo spettatore si faccia sedurre dalle prese in giro della storia e del modo di narrare. È più interessante ricercarne un significato maggiore, non necessariamente legato all’opera oggettivamente. Più qualcosa di personale e che possa espandere i punti di vista. Ma com’è possibile farlo per un film così tanto già studiato e analizzato a più livelli? Servirebbe un’idea.
L’idea, e la sua ricerca, sono centrali all’interno di Millennium Actress. Prima del cinema, prima dei film, ci dev’essere un’idea alla base che possa conciliare il prodotto che si sta sviluppando. Satoshi Kon, regista, ha creato un’opera d’arte a 37 anni, ponendosi già con un sentimento nostalgico. Lui non ha mai avuto l’occasione di invecchiare, essendo morto a 46 anni, ma è come se questa singola opera l’avesse impregnata di vecchiaia. Non è un fattore negativo, ma la senilità risulta essere centrale.
Concentrandosi sulla chiave, essa non è altro che la rappresentazione fisica della volontà della ricerca dell’idea perfetta. Finché la protagonista avrà quella chiave al collo, la sua ricerca continuerà imperterrita. L’uomo al quale deve restituire la chiave rappresenta l’idea. Lo si può intuire da come lo si incontra ogni volta, ovvero all’improvviso, scontrandosi, per poi andarsene e non tornare più. Ma la chiave spinge ancora la caccia all’idea perduta, dimenticata.
La memoria è un tassello fondamentale. La storia non è altro che una minestra di ricordi in cui nuotare, dove spesso viene nominato lo scordarsi del passato, a più livelli e soprattutto dalla protagonista, Chiyoko Fujiwara. Millennium Actress è un film sull’Alzheimer. L’attrice non si ricordava la maggior parte degli eventi, come un certo salvataggio o persino la presenza della chiave nella sua vita. Ormai si era arresa e non era più importante per lei. L’arrendersi è parte integrante di Millennium Actress, considerato che spesso Chiyoko abbandona la ricerca, non vuole più vivere attorno a un ossessione. Ad un certo punto afferma anche che non sopportava che l’idea potesse vederla invecchiata.

La chiave è l’unica cosa di Chiyoko che rimane intatta sia nei film che nella sua vita, funzionando così da ponte fra un mondo e l’altro. È parte integrante del cinema e allo stesso tempo parte di lei. La rappresentazione umana dell’invidia arriverà a rubare la ricerca dell’idea, mettendo in crisi la ragazza. Sempre e comunque però, la chiave rimane la stessa anche attraverso i vari setting cinematografici. Tra l’altro, ognuno di loro è un tentativo di ricordo dell’idea perduta, creazioni ritenute terribili, ma alla fine non rimangono altro che citazioni di altre opere , come lo stesso Kon ha reso palese con Ozu o Kurosawa. Anche se il regista tenta di creare un’opera perfetta e unica, anche se l’idea fosse perfetta, non basterebbe mai.
Il finale, senza spoiler, è una resa alla ricerca, ma l’apprezzamento di ciò che è stato compiuto fino a quel momento. Non è importante creare l’eccellenza, grazie all’idea-capolavoro, ma riuscire nell’impresa di vivere una vita fatta di cinema, oltre il perfezionismo. Satoshi Kon ha creato la sua opera ultima, ma come secondo film. In un certo senso, l’ha creata durante la sua vecchiaia.
In sala dall’11 al 13 maggio.

