Kill Bill Vol.1, 20 anni dell’emozionante, violento ma divertente cult di Tarantino

Kill Bill Vol.1 approfondimento 20 anni

Il 10 ottobre 2003 usciva nelle sale statunitensi Kill Bill Vol.1, il quarto film scritto e diretto da Quentin Tarantino, che torna nelle sale con la sua musa, Uma Thurman. L’idea stessa del film è nata sul set di Pulp Fiction, il cult con cui è nata la collaborazione tra i due artisti. Tarantino si è divertito ad anticipare tale idea in quella stessa pellicola. Mia Wallace (Uma Thurman) in un dialogo con Vincent Vega (John Travolta) racconta di aver recitato nell’episodio pilota di una serie per il ruolo della «donna più pericolosa del mondo con un coltello», evidente richiamo al personaggio che avrebbe interpretato qualche anno dopo. Nei credits di entrambi i volumi di Kill Bill, inoltre, compare la scritta «Q & U», che richiama appunto la coppia. La storia inizialmente era stata concepita per essere sviluppata in un solo film, ma, in seguito, Tarantino ha optato per la divisione in due volumi, con le date di uscita, però, molto ravvicinate tra loro (a distanza di soli sei mesi). Il desiderio di realizzarli con la Thurman era tale che ha ritardato le riprese per aspettare che partorisse, dato che era ancora incinta: voleva lei e solo lei. 

«Per capire questa storia», avverte Quentin,«devi essere un patito di film trash, di quelli epici, di kung fu e di samurai. Poi dei fumetti e dei cartoni animati, infine di spaghetti- western». [1] Con questa pellicola, Tarantino mescola elementi dell’Oriente e dell’Occidente, citando numerosi film di diversi generi e provenienti da tutto il globo. L’intero film si rifà al Giappone, a partire dall’uso delle katane e delle arti marziali, la tuta gialla che richiama quella di Bruce Lee ne L’ultimo combattimento di Chen, fino alla sua filosofia, le ambientazioni, O-Ren Ishii stessa e i numerosi richiami a film di tali origini. È l’unico film di Tarantino, inoltre, a presentare delle sequenze in animazione, nello stile ovviamente degli anime giapponesi.  «Il ritmo dei due film è assai diverso, con il primo segmento piuttosto frenetico, e il secondo molto più lento e meditato». [2]

I due volumi di Kill Bill, nonostante il genere cruento, sono densi di elementi comici tipici del folle stile di Tarantino, in particolare il primo volume. Anche in scene violente o struggenti il regista non rinuncia a battute ironiche o scene che parodizzano la situazione con una comicità talvolta sadica. Il primo film gioca fin dall’inizio su forti contrasti, per bilanciare le numerose scene di azione e una narrazione che è senza dubbio più frenetica rispetto al sequel. Questa disparità di ritmo sembra quasi riflettere la furia vendicativa della Sposa, così intensa da doversi sfogare rapidamente all’inizio, ma rallentando sul finale per godersi a fondo ogni attimo. La prima scena è molto cruenta: la Sposa è a terra, piena di sangue. In seguito, la vediamo qualche anno dopo, in un quartiere tranquillo, di fronte a una casa dalle tinte vivide con giochi per bambini in cortile. Ma la violenza torna subito, non appena si apre la porta. Tarantino si serve dei molteplici contrasti che porta in scena per alleggerire la narrazione e strappare un sorriso allo spettatore anche in contesti in cui non si aspetterebbe di provare emozioni simili, fenomeno già avvenuto con Pulp Fiction

«Mostrando il suo film al pubblico dei festival, aveva capito che doveva dare allo spettatore il permesso di ridere». [3]  Kill Bill Vol. 1 è costellato di situazioni che provocano il riso anche se in contesti tutt’altro che divertenti. È l’umorismo tarantiniano, che di fronte a tanta violenza puramente estetica, sa sempre trovare anche il lato comico. Il primo esempio è riscontrabile nella scena di lotta tra la protagonista e Vernita Green (Vivica A. Fox), interrotta dall’improvviso arrivo della figlia di quest’ultima di ritorno da scuola. In un batter d’occhio la Sposa dimostra un’assurda complicità, in quanto donna ma soprattutto anche madre. Le ridicole scuse inventate da Vernita per giustificare il salotto distrutto, tutta sporca di sangue, si mescolano in un surreale ma comico appoggio da parte della protagonista, che conferma la versione con un sorriso stampato in faccia. Un inaspettato momento divertente riguarda anche la scena delle dita dei piedi, elemento ricorrente in Tarantino, che mostra la buffa sfida della Sposa dopo essersi ripresa dal coma. Ben tredici ore per muovere l’alluce e i suoi «fratellini».

La sadica ironia di Tarantino è presente anche nelle scene riguardanti O-Ren Ishii (Lucy Liu) e i suoi uomini, gli “88 folli”. Nella sequenza in animazione la donna, da giovane, vendica suo padre uccidendo il suo assassino a letto dato che «per sua fortuna era pedofilo». Dopo l’epico scontro con gli “88 folli”, l’ultimo sopravvissuto viene risparmiato dalla protagonista, che preferisce schiaffeggiarlo con la katana come punizione per essersi invischiato nella Yakuza. Tarantino, così, dopo lunghe scene di azione e violenza, con toni comici, smorza la tensione e permette allo spettatore di vivere un attimo di leggerezza prima di tornare a seguire il compimento dello spietato piano di vendetta.

Dopo ben venti anni dall’uscita di questo cult, l’opera di Tarantino riesce ancora a catturare i cuori dei suoi spettatori, grazie a un film di grande azione e intrattenimento, caratterizzato da sfumature comiche ma capace di suscitare al contempo profonde riflessioni. Il primo volume non mostra il volto di Bill e non rivela nemmeno il nome della Sposa, creando una grande suspence che rende la visione del secondo volume imprescindibile. In occasione di questa ricorrenza non possiamo che invitarvi a godere nuovamente questa saga o a recuperarvela, per godere appieno dello stile unico del cinefilo che ha conquistato i cuori di Hollywood e del mondo intero!

NOTE

[1] A. Morsiani, Quentin Tarantino. Gli esordi e il successo, i temi e lo stile della sua opera, le sue opinioni sul proprio lavoro e quello degli altri registi e tutti i film fino ai nuovi progetti in corso, Gremese, Roma, 2018, p. 123.

[2] R. Greene, K. Silem Mohammad (a cura di), Quentin Tarantino e la filosofia. Come fare filosofia con un paio di pinze e una saldatrice, Mimesis, Milano, 2013, LIV, p. 167.

[3] S. Sher in T. Wood, QT8: Quentin Tarantino – The First Eight, 2019, 19:38 – 19:46.

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