Il materiale emotivo, recensione: il viaggio nelle matrioske dell’anima di Sergio Castellitto

Il materiale emotivo recensione film Sergio Castellitto DassCinemag

Un sipario che si apre. Inizia così Il materiale emotivo (trailer), il settimo film da regista di Sergio Castellitto che lo vede vestire anche i panni del protagonista maschile, il libraio Vincenzo. Lo spettatore dunque è consapevole fin dal primo momento di assistere a qualcosa che viene rappresentato, vissuto dai personaggi ma anche da chi guarda che si trova a vivere, come il pubblico delle prime rappresentazioni teatrali dell’Atene periclea, un’esperienza in bilico tra l’immedesimazione e il distacco.

Essere Vincenzo, vivere in un mondo altro, rappresentato da quella libreria parigina in cui lui respira la vita oppure fuggire dalle catene di una prigione fisica e dell’anima? È questa una delle prime domande che lo spettatore si pone guardando questo lungometraggio che, in maniera sottile ma astuta, nasce e cresce sull’incontro-scontro tra vecchi media e nuovi media, vecchio mondo e nuovo mondo, il primo rappresentato da Vincenzo e il secondo rappresentato da Jolande, una giovanissima attrice di teatro, interpretata da Berenice Bejo, che si avvicina al suo opposto, si innamora di lui e lo vuole scuotere da un’eternità immobile per costringerlo a vivere nelle onde perigliose di un mondo in continuo cambiamento. “La letteratura rende eterni, l’attualità uccide”: una sentenza forse troppo forte che però può sintetizzare il rapporto tra i due e che costringe lo spettatore a porsi dei dubbi su come anche nell’era digitale, dove tutto è dominato dalla velocità e dalla simultaneità, l’uomo abbia bisogno “di fermarsi e di stare”.

È quando si ferma che però si accorge di vivere in una matrioska di prigioni: Jolande ha il suo teatro mentre Vincenzo ha la sua libreria e le storie eterne dei suoi romanzi. Sopra questa libreria, in realtà, di prigione ce n’è un’altra, la soffitta dove vive Albertine, la figlia di Vincenzo interpretata da Matilda De Angelis. Anche lei vive nelle sue prigioni: la soffitta stessa, la sedia a rotelle, il suo corpo e la sua mente, prigioni esterne e interne, traumi a cui lei da tempo reagisce non parlando. “Sorry, I have no words” recita una sua maglietta, una frase che esprime la sua reazione dopo un brutto incidente avuto, una reazione estrema al “fermarsi e stare” di Vincenzo.

Albertine si sente come quel pesce che osserva nell’acquario che sta nella sua soffitta, un acquario in cui è riprodotta una Parigi in miniatura, la città che abbraccia le fragilità di tutti i protagonisti cullandoli tra le note della sua musica e delle sue vie senza tempo. Un tempo che davvero in questo film sembra essersi fermato ad uno di quei romanzi con cui Vincenzo vive in simbiosi.

Un film che racconta di come sia soltanto la paura, la madre dei rimpianti, a bloccare ogni protagonista e, visto che tutto è iniziato con un sipario che si apre, è proprio un invito allo spettatore a non avere paura e a liberare tutto quel materiale emotivo che spesso è relegato in una dimensione altra della vita. È un film che scuote dalla solitudine, che spinge a vivere la vita nonostante tutto, a rischiare, a fuggire dalle proprie prigioni. E se tutto finisce come è cominciato, ovvero con un sipario che si chiude, quelli ad essere cambiati sono finalmente i personaggi e forse anche lo spettatore uscirà dalla sala con un buon proposito: non avere paura del proprio materiale emotivo.

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