
In questo 21 giugno, giorno della Festa della Musica, abbiamo deciso di volgere lo sguardo a quei film che, in modi diversi, hanno fatto della musica il loro centro. Una selezione che attraversa generi, epoche e sensibilità diverse, unita da un unico filo conduttore: la capacità del cinema di trasformare suoni, canzoni, percorsi artistici e storie intime in narrazioni indimenticabili.
FLORENCE (2016; Stephen Frears)

Con Florence, Stephen Frears dirige con delicatezza la storia vera di Florence, una facoltosa ereditiera newyorkese che, priva di qualsiasi talento canoro ma dotata di un amore viscerale per l’opera, decide di esibirsi davanti a un pubblico vero, fino a conquistare il palcoscenico della Carnegie Hall. Meryl Streep tratteggia Florence con una vulnerabilità disarmante, offrendo una performance magistrale, per la quale ha “disimparato a cantare”. Accanto a lei, Hugh Grant nel ruolo del marito devoto e complice nel proteggerla dalla crudele realtà di cui lei non si rende conto. Il film è una commedia divertente ma dal retrogusto malinconico; un omaggio a una donna che ha deciso di dare voce alle proprie emozioni, diventando un esempio per chi lotta per i propri sogni. Frears ricostruisce una sontuosa New York degli anni Quaranta, dove spiccano i bizzarri e vistosi costumi di scena che la protagonista indossa con orgoglio. Florence ricorda al suo pubblico quanto la musica appartenga a chiunque la ami così tanto da trovarvi la forza di vivere.
Di Frida Fornaciari.
SOUND OF METAL (2019; Darius Marder)

Sound of Metal fa una scelta radicale, ci mette dentro il silenzio del suo protagonista. Quando Ruben, Riz Ahmed, batterista di un duo metal, perde l’udito, Marder ci trascina dentro quel silenzio ovattato, fatto di vibrazioni soffocate e voci lontane. Il sound design diventa la vera regia del film, il punto di vista che ci nega ogni comoda distanza. È un film sulla perdita, ma soprattutto sulla resistenza alla perdita. Ruben, ex tossicodipendente, vive la sordità come una ricaduta da combattere, una crepa da riparare a ogni costo. La comunità sorda guidata da Joe gli offre invece un’altra strada, l’accettazione. Imparare a stare nel silenzio. Ahmed costruisce un corpo nervoso, sempre in tensione, che solo nell’ultima inquadratura trova quiete. Quando si toglie l’impianto cocleare e il rumore artificiale del mondo si spegne, capiamo finalmente cosa Ruben, e noi con lui, abbiamo cercato per due ore: non il suono, ma la pace di poterne fare a meno.
Di Ermis Ntais.
IL CONCERTO (2009; Radu Mihaileanu)

I titoli di testa scorrono su un’orchestra che fa le prove nella luce soffusa del palco. Il direttore è totalmente preso, le sue mani sembrano accompagnare tutti gli strumenti attraverso la melodia. Ma la nota successiva è quella stridula di un telefonino. Andreï Filipov (Aleksej Gus’kov) non dirige più, fa le pulizie al teatro Bolshoi, ma spia i musicisti e sogna di impugnare di nuovo la bacchetta. Quando un fax da Parigi invita la prestigiosa orchestra russa al teatro Châtelet, Andreï ha un’idea folle: radunare i suoi vecchi musicisti, che ora hanno ripiegato sui lavori più disparati e degradanti, e spacciarsi per il Bolshoi. Non sarà solo un concerto, ma il concerto, quello che è stato interrotto trent’anni prima e che, per tutto il tempo, ha continuato a risuonare nella testa del direttore. Quello di Radu Mihăileanu è un film tenero e commovente, con delle virate comiche derivanti dalla tragica ironia della quotidianità, in cui la musica diventa un ponte tra presente e passato, tra i sogni spezzati e la loro realizzazione.
Di Violette Borderon.
WHIPLASH (2014; Damien Chazelle)

Parola d’ordine: tachicardia. Il film di Damien Chazelle, famoso anche per il ben più tranquillo La La Land, è un racconto ai limiti dell’assurdo sulla preparazione disumana del batterista Andrew (Miles Teller). Contrapposto a lui c’è il direttore Fletcher (JK Simmons), la personificazione di tutte le sue paure e, ancor di più, di tutte le sue ansie. Il ritmo dell’intera pellicola racconta la dinamica tra i due personaggi, riflettendosi in particolare nella colonna sonora magistrale di Justin Hurwitz. È la musica a dirigere il film, non solo perché ne è il tema centrale, ma perché ogni stacco di montaggio, ogni movimento di macchina, ogni gesto degli attori è sottolineato e amplificato da essa. La musica non abbandona mai lo spettatore, facendo accelerare il battito cardiaco dall’inizio alla fine del film. A tutto ciò si aggiunge l’ossessione del protagonista, e del suo maestro, di raggiungere la perfezione. Un’ossessione sporca, sudata, insanguinata. Viva. Che si muove a tempo di batteria.
Di Alessandro Giardetti.
Vivere di musica o “morirne”?
Damien Chazelle con Whiplash ci “investe” con la storia di Andrew Neiman (Miles Teller), giovane batterista appassionato del jazz e del suo strumento. Grazie al talento, alla passione e l’ambizione entra nell’orchestra del prestigioso conservatorio Shaffer di Manhattan. La strada sembra quella giusta, il sogno va realizzandosi ma. l’incontro col maestro Terence Fletcher – perfezionista inflessibile e spietato – interpretato magistralmente da J.K. Simmons, rischierà di “metterlo al tappeto”. Il rapporto di amore-odio che nasce fra i due è uno degli aspetti chiave del film. Lo spettatore segue queste dinamiche relazionali in un clima di tensione crescente che rende la visione altamente coinvolgente. Montaggio rapido, fotografia curata, uso efficace della musica diegetica; il big band jazz dell’orchestra di Fletcher alimenta il ritmo serrato e l’atmosfera che riflettono la pressione vissuta da Andrew. Whiplash è potente, intenso, ben oltre il semplice racconto musicale. Passione, amore, ambizione. Dramma psicologico di un giovane talento, la sua ossessione e determinazione. Un film sui limiti che una persona è disposta a superare per realizzare i propri sogni.
Di Vieri Cerchia.
THE DOORS (1991; Oliver Stone)

Sessantuno anni fa a Venice Beach si incontravano due giovani Jim Morrison e Ray Manzarek. Lì, in una realtà che già profumava di ’68, Jim canta delle strofe abborracciate di quella che poi sarà Moonlight Drive. Così nasceva The Doors, una delle band più iconiche e sperimentali del rock and roll. Oliver Stone ne ripercorre i momenti salienti, immergendoci nella misteriosa vita di Jim Morrison e acuendone i caratteri che lo accomunano agli artisti belli e maledetti delle epoche passate. Così, Jim diventa tutto quello che lo spettatore si aspetta da lui, incarnando il fascino, la poesia, la genialità e la dipendenza. L’immagine caricaturale del genio ribelle più amato della storia della musica si incastra, quasi trova ragion d’essere in quei solchi vuoti della vita della star, dove leggenda e superstizione si insinuano stregandoci irrimediabilmente. E anche se di lui non sappiamo molto più del pettegolezzo, ci chiediamo alla fine perché lo amiamo così tanto, se solo per la voce o anche per il simbolo. Come può un uomo non solo legato al successo, ma alle perversioni più strazianti, alle droghe più stranianti e a una fine disumanizzante essere così seducente? E questo è il grande merito del film. Molti di noi, anche solo per un istante, abbiano desiderato essere come lui, di vivere sfruttando al massimo ogni secondo, fruendolo come fosse l’ultimo e abbandonandoci alle offerte più estreme della vita, consumando presto la gloria.
Di Leone Bulgari.
LA LA LAND (2016; Damien Chazelle)

La colonna sonora di La La Land rappresenta uno strumento narrativo fondamentale. Le melodie di Justin Hurwitz sono intense, travolgenti, capaci di incorniciare una storia dedicata alla più pura forma d’amore: comprendere i sogni del proprio partner, anche se includono un doloroso addio. Tra City of Stars e Another Day of Sun, la musica del film narra la profonda evoluzione dei personaggi, avvolgendo intensamente le loro emozioni. Le melodie creano un filo conduttore tra il presente e l’ipotetico futuro immaginato, mirando ad amplificare il senso di nostalgia che caratterizza l’opera. Nello specifico, il jazz si posiziona come elemento centrale nell’identità di Sebastian, emblema della sua passione artistica, attraverso cui il pubblico viene invitato a riflettere su come l’arte possa diventare un rifugio emotivo. La La Land coinvolge profondamente lo spettatore, creando una vera e propria esperienza sensoriale, dove la colonna sonora rappresenta uno dei pilastri dell’universo narrativo.
Di Sonia Spera.
SHADOWS (1959; John Cassavates)

«The film you have just seen was an improvisation». L’inno di una cultura fragile e libera, indipendente nei mezzi e nello spirito, Shadows – opera prima di John Cassavates – è l’antidoto a quell’illusione classicheggiante che andava sterilizzando il cinema americano anni Cinquanta. Girato con una 16 mm, il film è l’utopia di nascere, come in una lunga sessione jazz, sotto gli occhi dello spettatore stesso, denunciando la necessità di una continuità che si presenti sia davanti che dietro la macchina da presa. E, allora, tra i fumosi locali di New York, gli attori vengono costretti a cercare sé stessi prima ancora dei loro personaggi, i dialoghi tradiscono il classico rapporto tra causa ed effetto e la macchina da presa pedina zavattinianamente i suoi protagonisti. Shadows è, dunque, il tentativo ambiguo – e forse disperato– di inseguire una verità capace di manifestarsi soltanto nell’imprevisto.
Di Lorenzo Chiani.

