#PesaroFF62: i corti in Concorso della quarta giornata

Overwork di Céline Berger

Overwork, la recensione a cura di DassCinemag

Ordinaria e al tempo stesso misteriosa è la materia che Céline Berger porta alla luce con il suo Overwork, brillante cortometraggio – presentato nel Concorso della 62ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro – costruito partendo da filmati didattici prodotti fra gli anni Settanta e Novanta dal governo della RFT. Una vera e propria celebrazione dell’arte del montaggio cinematografico, che non è che il tentativo di tradire l’apparente funzionalità delle immagini fino a trasformare la routine quotidiana in una vertiginosa e violenta sinfonia del lavoro.

Animato da una vera e propria partitura musicale del lavoro che inverte continuamente il rapporto tra immagini e suoni, Overwork è, allora, una coreografia incessante, che ricompone in un flusso unico professioni, tempi e luoghi diversi, trascinando così lo spettatore in un’esperienza astratta e ipnotica capace di trasformare la produttività in spettacolo e la meccanica della routine in trance collettiva.

Di Lorenzo Chiani

Ogni cosa nella luce si ritrae di Liam Baldini

Ogni cosa nella luce si ritrae, la recensione a cura di DassCinemag

Cronache di immagini. Sono sprazzi di vita in pellicola quelli che propone Liam Baldini con quest’opera. La ricerca, nella diaristica visiva quotidiana, dell’essenza della luce. Il pervadere cronico di sagome su cellulosa: come il volto di una donna o di ciò che invade l’ordinario. Suggestivo se inserito nel discorso di un cinema dedito alle potenzialità technonostalgiche che permeano il visivo. Ma nella durata eccessiva e nella sua composizione cinematografica perde sostanza, trasformandosi in un mero esercizio stilistico: pallido saggio di sagace forma. Il bianco permane la sala con movimenti stroboscopici – è l’equivalente del cianuro per gli epilettici – come caso limite dell’immagine. Non bastano i contrasti: il continuo proiettarsi di immagini che spaziano tra le forme, i movimenti, che stabiliscono una composizione atipica. Manca una base solida. Non che ne serva forzatamente una per donarci un senso -il cinema non ne ha mai avuto bisogno- ma l’eccesso della forma priva di poeticità la sostanza.

Seppur rispettando la scelta stilistica e registica dell’autore, lo sperimentalismo eccessivo qui diventa un mix incompleto di immagini scialbe. Una forma di esperimento non riuscito sulle capacità filmiche della pellicola. Ciononostante, resta una breve e interessante opera, incastonata in un cinema che lavora sui limiti dell’esperienza visiva.

Di Francesco Rosati

Far from the light of day di Yotam Ben-David

Far from the light of day, la recensione a cura di DassCinemag

Vomitare parole: necessità umana di esprimersi tramite l’essenza del logos, del medium per eccellenza. Necessità che Yotam Ben-David ha provato dopo la messa in atto del genocidio palestinese. Lui ebreo israeliano, il marito arabo della Palestina: insieme sono sul letto e Yotam non riesce a dormire. Si abbracciano come a voler gridare al mondo della unione, della loro bellezza. Per tutto il corto, lo ascoltiamo scrivere una lettera al suo amato, alla sua vita, ma anche a se stesso per poter scavare nei meandri della mente. Una denuncia, un flusso continuo di parole che mettono al centro l’importanza del ricordo e della coscienza: quasi forme di ribellione contro un mondo ormai inerme.

La notte permea l’immagine: ecco l’inconscio della mente, i nostri più turgidi pensieri. Eppure tutto fa parte di un discorso limpido sull’esistere in una società come quella odierna. Venire dall’inferno e raccontarne la memoria: traslare l’essenza. I racconti della sua vita, della Nakba, della paura di esistere e di restare in questo nefasto mondo. Di giorno, i sogni si sfaldano e si consumano: vengono dimenticati nei contrasti della notte per poi lasciar spazio all’incubo del quotidiano. Le immagini rimangono fredde e atipiche: foto di archivio di una Parigi notturna, della Senna, delle sue strade. Per il regista è uno «stato liminale che accompagna il sonno e la veglia». Le parole, in ebraico, ci portano in un breve viaggio dal Medio Oriente fino alla Francia: ecco la connessione, l’unione indiscreta come strumento per connettere i popoli.

Di Francesco Rosati

L’Image Fantôme di Emmanuel Piton

L'Image Fantome, la recensione a cura di DassCinemag

Forse non esiste ossimoro più affasciante di quello evocato da L’Image Fantôme di Emmanuel Piton, strepitoso cortometraggio in 16 mm – presentato nel Concorso della 62ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro – che affonda nelle ambiguità di una paradossale immagine fantasma, riflesso ultimo del desiderio di consegnare un volto allo spettro della memoria. Un desiderio che forse altro non è che il bisogno, per il regista francese, di fare ritorno tra le mura dell’infanzia con il fine di evocare ed esorcizzare, nell’intimità del dolore, la fanciullesca visione di una donna: la nonna dello stesso Emmanuel Piton scomparsa e mai più ritrovata.

Gli aspri paesaggi della Bretagna che attraversano il film sono allora manifestazione di questo rapporto poroso tra il mondo dei vivi e quello dei morti, un territorio battuto da acque fredde e maree inquiete, dove il retaggio cattolico e l’immaginario folklorico fanno della morte un’eco perpetua del passato. Non deve così sorprendere il reverse delle onde, materializzazione di questo ambiguo rapporto tra presente e passato, né la manipolazione chimica della pellicola che consuma progressivamente l’immagine fino a lambirne quasi la scomparsa, come a volersi avvicinare concretamente alla natura stessa del ricordo.

Nel cuore di L’Image Fantôme si avverte così una profonda tensione mistica, che trova forse nel cinema una sua catarsi, consegnando a Emmanuel Piton l’immagine più autentica possibile del suo fantasma.

Di Lorenzo Chiani

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