
In occasione della Festa della mamma DassCinemag propone una serie di titoli che esprimono la maternità in diverse forme.
ROOM (2015; Lenny Abrahamson)

Tratto da una terrificante storia vera e adattamento del romanzo “Stanza, letto, armadio e specchio”, Room di Lenny Abrahmson è un film profondamente straziante, intenso e sensibile, capace di rapire l’emotività dello spettatore e farla a pezzi. Il piccolo Jack vive all’interno di una stanza, l’unica realtà che abbia mai conosciuto: tutta la sua esperienza materiale e sensoriale è limitata agli oggetti presenti in quell’ambiente angusto e opprimente, che condivide con la madre Joy, rimasta incinta del piccolo in seguito allo stupro dell’uomo che l’ha rapita e la tiene prigioniera. Le bugie, intrise di un’amorevole tristezza, che Joy racconta al figlio per proteggerlo, iniziano a vacillare quando Jack compie cinque anni. Madre e figlio decidono così di tentare una fuga tesa e angosciante. Il film di Abrahmson funziona in ogni sua componente: riuscitissima trasposizione cinematografica del mito della caverna di Platone, cattura lo spettatore con un rapporto madre-figlio dinanzi al quale è impossibile restare indifferenti. Affronta con straordinaria maturità il tema della reclusione, mostrando come la forza dell’amore materno possa resistere anche all’atrocità e alla disumanità più estreme. Nota di merito al prodigio Jacob Tremblay e alla sensazionale Brie Larson (Oscar alla miglior attrice), che con le loro interpretazioni arricchiscono ulteriormente la componente emotiva di cui si fa forza Room.
Di Nicolò Pierro.
WANDA VISION (2021; Jac Schaeffer)

Tra i supereroi, non si vedono spesso figure materne; eppure, se dovessimo rifletterci un attimo, una delle prime super-mamme a venirci in mente, oltre ad Elastigirl degli Incredibili, sarebbe sicuramente Wanda Maximoff. Questa, vistasi privata di tutti quelli che amava — prima i suoi genitori, poi suo fratello Pietro e, infine, il suo amato Vision — non desidera altro che costruirsi una famiglia. Ed è proprio quello che fa in WandaVision. Qui Wanda, grazie ai suoi sconfinati poteri di manipolazione della realtà, crea una realtà fittizia in cui poter vivere felicemente con un redivivo Vision e i loro figli, Billy e Tommy. Tuttavia, l’illusione coinvolge anche gli abitanti di Westview, i quali, privati del libero arbitrio, diventano burattini sotto il controllo mentale di Wanda. Questa, nonostante sia consapevole del dolore che sta infliggendo, non riesce a rinunciare ai suoi figli e fa di tutto pur di proteggerli, andando persino contro il volere di Vision. Non disposta a perdere nuovamente i suoi cari, Wanda finisce per ritrovarsi intrappolata nella sua stessa illusione. La maternità di Wanda si rivela essere un tentativo di sfuggire alla realtà, un modo per ridare senso alla sua vita ormai spezzata a causa delle perdite che ha dovuto affrontare.
Di Chiara Cherubini.
18 REGALI (2020; Francesco Amato)

Anna (Benedetta Porcaroli) è un’adolescente allo sbando. Orfana di madre, soffre del vuoto lasciato dall’assenza del genitore, soprattutto il giorno del suo compleanno. Infatti la mamma, prima di morire, ha provveduto a realizzarle 18 regali, che potessero accompagnarla fino all’età adulta. Ma Anna vive questi doni come una costrizione, l’immagine che una donna che non ha mai conosciuto vuole proiettare su di lei. Il giorno del suo diciottesimo compleanno, la ragazza scappa di casa e viene investita da un’auto, perdendo conoscenza. Quando torna in sé, non può credere ai propri occhi: è il 2001 e ha di fronte a sé Elisa (Vittoria Puccini), sua madre, incinta della futura Anna. Francesco Amato costruisce un racconto commovente, ma mai scontato, ispirato alla storia vera di una madre malata di cancro. Con estrema delicatezza, dà una seconda chance alle protagoniste, che possono ricostruire un legame che era stato loro negato. Fra scontri e confidenze, fisiologici nei rapporti genitori-figli, le due donne adulte si sorreggono a vicenda, cambiando le rispettive vite. Con un tocco fantasy, il film va oltre la realtà: il legame madre-figlia rimane indissolubile, attraversa ogni distanza di tempo e spazio.
Di Fabrizia Catone.
IL LAUREATO (1967; Mike Nichols)

Ma noi quante mamme vogliose sessualmente e insoddisfatte nella vita abbiamo visto al cinema? Forse non troppe, che mi venga in mente, o quantomeno nella produzione più mainstream. Ed è anche piuttosto normale: una figura come quella materna è abituata ad abbracciare e rassicurare nelle raffigurazioni più tradizionali, o a far divampare la sua protettività in distorsioni mostruose all’interno dei film dell’orrore. Per questo, per quanto non sia protagonista, vedere per la prima volta la tediata e seducente Mrs. Robinson de Il laureato flirtare con il protagonista è strano, molto strano. Che sia una mamma all’inizio è quasi trascurabile, conta più la sua maggiore età nel rapporto con Benjamin; “diventa ufficialmente” (e problematicamente) mamma quando entra in competizione proibita con la figlia per la conquista dell’amore sbagliato. Se una mamma gelosa dell’amore di sua figlia è cosa assai spiazzante – e quindi affascinante -, figuriamoci quanto lo fosse allora, a fine anni ’60. Il laureato ha il coraggio di mostrare che anche le madri sono umane, e talvolta richiedono di essere raccontate come tali, con tutte le loro fragilità e pure colpevoli (ma umane, appunto, e magari motivate) inadempienze.
Di Gabriele Mutatempo.
AMERICAN WOMAN (2018; Jake Scott)

«Questo è l’incubo peggiore che possa capitare a una madre» sono le sofferte parole pronunciate dalla protagonista di American Woman, Deb Callahan (Sienna Miller). È una donna spregiudicata e vivace che vive una situazione familiare complessa. Sua figlia, l’adolescente Bridget (Sky Ferreira), si è infatti ritrovata a crescere il figlio Jesse da sola dopo l’abbandono dell’ex fidanzato. Fin dai primi minuti si delinea rapidamente anche il rapporto complesso che Deb ha con la sorella Katherine, a cui è comunque estremamente legata, e la madre. Questo equilibrio già precario, ma in cui Deb è riuscita ad adattarsi, crolla di fronte alla scomparsa improvvisa della figlia Bridget. A nulla sembrano servire le disperate missioni di ricerca della polizia e volontari della cittadina e diversi anni dopo il caso resta ancora irrisolto. Il dolore sotteso che non trova risposta resta come un filo teso nella psiche di Deb che, nonostante ciò, si occupa del figlio di Bridget e tenta di costruire un futuro per entrambi. Jake Scott indaga la condizione femminile con dignitoso distacco, carico allo stesso tempo di attenzione e di cura, mostrando la protagonista in tutte le sue sfaccettature. Lo sguardo registico è realistico, ma mai paternalista, non ricerca manifestazioni di sofferenza estremizzata ma immerge lo spettatore nella nuda presa di coscienza per cui, anche quando tutto sembra crollare, bisogna continuare a vivere.
Di Livia Minorenti.
GILMORE GIRLS (2000-2007; Amy Sherman-Palladino)

Gilmore Girls – Una mamma per amica è una serie tv ideata da Amy Sherman-Palladino ed è incentrata sul meraviglioso rapporto tra Lorelai (Lauren Graham) e Rory (Alexis Bledel), madre e figlia il cui legame evolve attraverso l’adolescenza della ragazza tra primi amori, amicizie e futura carriera. Le due protagoniste non rappresentano gli unici personaggi a cui il pubblico si è affezionato nel tempo: Luke (Scott Patterson), caro amico di entrambe, rappresenta un dolce destino nella vita di Lorelai, oltre ad essere un piacevole punto di riferimento quotidiano, essendo il proprietario del principale bar della cittadina immaginaria di Stars Hollow. Le vicende possiedono spesso un’atmosfera autunnale, rendendo la serie tv una piacevole compagnia durante le stagioni più fredde dell’anno, ma non solo. Per gli appassionati del prodotto, nel 2016 arriva la serie tv Una mamma per amica – Di nuovo insieme, breve sequel che aggiunge inaspettate sorprese agli avvenimenti accaduti anni prima.
Di Sonia Spera.
EUROPA ’51 (1952; Roberto Rossellini)

Il mito rosselliniano che ha dilagato nel territorio cinefilo del dopoguerra ha lasciato un’impronta nella storia del cinema che sembra ancora oggi freschissima. Europa ’51 resta tutt’ora uno dei suoi film più controversi, un pezzo da novanta che è stato fin da subito fortemente divisivo. Ciò su cui può essere stimolante soffermarsi è proprio l’incipit della storia, il primo boccone che dà inizio a un pranzo denso di passaggi ambiziosi e coraggiosi. La protagonista Irene, interpretata da un’istrionica Ingrid Bergman, affronta il suicidio del figlio neanche adolescente, che causerà in lei un’illuminante metamorfosi ideologica e spirituale. Il tragico gesto del bambino è preceduto da tante piccole interazioni con la madre che contengono i germi di un malessere covato ma soprattutto di un disperato bisogno di attenzioni. Il rapporto che viene mostrato è invaso da una incomunicabilità lacerante che spesso divide genitori e figli. Irene è infatti propensa ad ascoltare il figlio solo dopo aver assistito al primo tentativo autolesionistico e, quando in lei si sarà riacceso l’istinto e l’amore materno, sarà troppo tardi. La pellicola di Rossellini, descrivendoci un mondo apatico in cui i legami tra gli esseri umani sono sempre più deboli, funge da impellente promemoria della necessità della solidarietà umana.
Di Damiano Franco.

