Figli del sole, recensione: quando il coinvolgimento è inevitabile

Figli del sole, recensione

Dopo il primo vero successo I ragazzi del paradiso del 1999, primo film iraniano ad essere candidato all’Oscar per il miglior film straniero, Majid Majidi con Figli del sole (trailer) torna a lavorare con giovanissimi attori. Dalla penna di Majid Majidi e Nima Javidi, in Figli del sole seguiamo le vicende di un gruppo di quattro ragazzi poveri cresciuti nelle strade iraniane e riusciti a sopravvivere attraverso piccoli crimini. Ali (Rouhollah Zamani), il ragazzo a capo del gruppo, per riparare ad un danno recato ad un boss del posto, viene incaricato di trovare un tesoro al di sotto di un cimitero. Per riuscire nell’impresa dovrà iscriversi alla Scuola del sole, un istituto nato per accogliere i ragazzi di strada al fine di aiutarli a costruirsi un futuro migliore.

Il regista ripone pietà e ammirazione, elaborando dei ritratti di ragazzi reietti, pronti a mettersi in gioco quando scoprono di avere un’occasione per evadere da quel limbo fatto di terra e miseria. Costruita come una caccia al tesoro iniziata con entusiasmo e finita in tragedia, la storia è modellata dagli energici protagonisti, giovanissimi e già lavoratori, ignoranti della linea d’ombra, quella di Conrad, che non hanno minimamente percepito. Speranze e illusioni governano le azioni dei personaggi che falliranno indistintamente. Forse perdura solo l’affetto che lega Ali alla bambina Afghana (Shamila Shirzad), sorella di uno dei ragazzini, e Majid Magid presentando questo personaggio femminile inaugura un nuovo aspetto su cui riflettere. L’ineluttabile delusione e la caduta del nostro protagonista sono il frutto di una società che non compensa il sacrificio e non salvaguarda i periodi dell’infanzia e dell’adolescenza.

Le qualità che hanno in serbo i nostri piccoli protagonisti non garantiranno a nessuno di loro di emergere: Abolfazl (Abolfazl Shirzad), abilissimo nella matematica, sarà costretto a lasciare il paese assieme alla sua famiglia afghana; Mamad (Seyed Mohammad) è costretto a seguire le volontà del padre; Reza (Mani Ghafouri), talentuoso nel calcio, appare forse l’unico con qualche possibilità di salvezza.  Il film suggerisce quei conflitti che gravano sul paese e che lo spettatore sente ma non vede e il regista è stato abile nell’esplicarlo non apertamente, focalizzandosi innanzitutto sui rapporti interpersonali in una società che rigetta ragazzi lasciandoli in balia del proprio destino, a combattere per la sopravvivenza tra sfruttamento e lavoro minorile. Majidi cerca di far vivere concedendo sogni e desideri da perseguire, ma puntualmente essi vengono delusi.

È inevitabile non provare affetto e compassione per alcuni dei personaggi secondari come il vicepreside (Javad Ezzati) che impara a difendersi grazie ad Ali, o la madre di Ali (Tannaz Tabatabaei), internata per un disturbo post traumatico e unica a sorridere e a divertirsi dopo tutti gli avvenimenti verificatisi. Di forte impatto emotivo è la scena che vede Ali scoprire cosa si cela dietro il fantomatico tesoro ed emozionanti sono alcune delle scene che la fotografia di Rouhollah Zamani ci regala, come quella che vede la bimba afghana togliersi lo hijab dopo l’ennesima crudeltà subita o le vicende all’interno dei tunnel sotterranei, con una tensione che aumenta ad ogni minuto che passa.

Il film è stato presentato in anteprima il 5 settembre 2020 alla 77ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e ha visto trionfare il piccolo attore Rouhollah Zamani con il premio Marcello Mastroianni.

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