Fotografia, effetti speciali, digitale spinto al massimo delle sue potenzialità, con The Walk 3D Robert Zemeckis ha sferrato un colpo decisivo alla cinematografia contemporanea. E non per dar luce ad una storia mai raccontata, ma per raccontare una storia già nota arricchendola di un elemento nuovo: l’epos. La storia di Philippe Petit, interpretato da Joseph Gordon-Levitt, che nel 1974 camminò in equilibrio su un cavo metallico teso tra le Torri Gemelle del World Trade Center, era infatti già stata raccontata nel documentario Man on Wire di James Marsh, vincendo inoltre il Premio Oscar 2009 al miglior documentario. Zemeckis ha voluto che trasparisse tutta la vitalità e la passione di un’impresa tanto audace quanto folle: camminare su un cavo appeso tra le Twin Towers non è sovvertire le regole, è inseguire quella libertà che è fonte di vita, e che Philippe Petit troverà solo sdraiandosi su un cavo, sospeso a 410 metri d’altezza. Per farlo, ha rivoluzionato il linguaggio cinematografico, mettendo in discussione i moderni concetti di messa in scena, montaggio e movimento di macchina: alterna montaggio e animazione; pensa e realizza la lunghissima sequenza delle Torri Gemelle come fosse d’animazione, nonostante ci fossero attori veri, il tutto senza mai muovere l’obiettivo; riesce a ricreare quella sensazione di vertigine e vuoto, nonostante vertigine e vuoto non ci siano. L’uso che del digitale fa Zemeckis sfiora l’abuso, e in qualche contesto ne paga le conseguenze (la scena dell’uccello, oltre a non essere verosimile risulta anche di cattivo gusto). 

The Walk 3D

La complessità del cinema di Zemeckis è paragonabile forse solo alla complessità dell’impresa di Philippe Petit, è per questo che The Walk 3D risulta essere quasi un film metacinematografico: come Philippe Petit, protagonista/regista della propria fatica, non è in grado di realizzare nulla senza i suoi “complici”, senza la sua equipe (nel film abbiamo un direttore della fotografia, un responsabile del montaggio, un aiuto regista e milioni di spettatori a formare il pubblico) così la macchina cinema non può esistere senza il contributo di tutti i suoi ingranaggi. Proprio alla luce di questo discorso, The Walk 3D sembra alla fine una macchina imperfetta, una macchina che presenta un ingranaggio difettato, inefficace: la sceneggiatura. Zemeckis non ha voluto né dovuto concentrarsi sulla storia, preferendo sviluppare le componenti tecnico-stilistiche del film, ritrovandosi così a scrivere una sceneggiatura debole. Conseguenza di questo è aver realizzato un film che, pur impressionando per i progressi scientifici che mette in campo e per l’impatto emotivo che produce, risulta piatto sul piano discorsivo o in altri momenti decisamente eccessivo. Ne è un esempio l’uso imponente che viene fatto della voce narrante, che pur nel suo fondamentale ruolo di legame tra le parti del film, finisce per appesantire un racconto già carico di lunghi dialoghi. Se è vero che The Walk 3D è assimilabile come racconto metacinematografico, si può dire dunque che abbia in parte fallito la sua missione, non riuscendo a riportare quell’equilibrio tra le parti che per il Cinema è tanto fondamentale, paradosso per un film che proprio dell’equilibrio fa una colonna portante.

Gianluca Badii

http://www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2015/10/gli-agenti-di-polizia-pronti-ad-arrestare.jpghttp://www.dasscinemag.com/wp-content/uploads/2015/10/gli-agenti-di-polizia-pronti-ad-arrestare-150x150.jpgRedazioneFestival ed EventiRecensioniRecensioni di Film#RomaFF10,Festa del cinema di Roma,Joseph Gordon-Levitt,recensione dass cinema,recensione studenti,Robert Zemeckis,The Walk 3DFotografia, effetti speciali, digitale spinto al massimo delle sue potenzialità, con The Walk 3D Robert Zemeckis ha sferrato un colpo decisivo alla cinematografia contemporanea. E non per dar luce ad una storia mai raccontata, ma per raccontare una storia già nota arricchendola di un elemento nuovo: l’epos. La storia di Philippe Petit, interpretato da...Università degli studi di Roma La Sapienza