Wife of a Spy, recensione del ritorno in Italia del film di Kyioshi Kurosawa

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Torna in Italia, dopo il premio per la regia a Venezia 2020, il capolavoro del regista giapponese Kyioshi Kurosawa Wife of a Spy (trailer) in occasione del 18° Asian Film Festival di Roma, che apre la sua prima giornata con questo piccolo gioiello giapponese.

Il secondo Kurosawa più famoso del cinema giapponese, che non ha alcun legame di sangue con il primo, ha certamente una qualità quasi unica nel suo ambiente: non si ripete mai ed anche quando sviluppa una storia vicina ad un filone già esplorato non ripercorre lo stesso itinerario. Sebbene Kairo sia fra i suoi film più memorabili, il genere horror non è dominante per la sua carriera; così ricordiamo la potenza di Tokyo Sonata, con i suoi temi esistenziali trattati sempre con l’inquietudine di un horror senza mai sfiorarne le regole, ed infine la fantascienza concettuale e filosofica di Before we vanish che, pur rispettando i canoni del suo genere, si mostra fin dalla prime immagini come atipico ed unico. Con Wife of a Spy, Kurosawa entra così in contatto con un tema diverso dai suoi film precedenti e lo fa con maturità e delicatezza.

Il film è un tributo ai grandi maestri del melodramma giapponese degli anni post-bellici come Mizoguchi Kenji e Yamanaka Sadao, ma il valore dell’opera non si ferma alla capacità quasi saggistica di ricostruire inquadrature, temi e modelli del cinema degli anni 40′: la vera forza sta nel messaggio ad opera di Lee Hidemi. Gli eroi di questo film sono dei traditori. Porre come eroi coloro che il Giappone orgoglioso della seconda guerra mondiale ha odiato per lungo tempo, significa riabilitare un modello comportamentale che ancora oggi pesa nel senso di colpa dell’inconscio collettivo.

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Le aziende evocano questo senso di colpa nei salary men (Tokyo Sonata) e spesso cinema ed anime ci ricordano che le istituzioni scolastiche cercano di scomodare lo stesso senso di colpa durante la formazione dell’individuo del Giappone futuro.

In un periodo storico in cui il Giappone si deve confrontare con una forma di revisionismo ideologico che peggiora le sue relazioni con Cina e Corea del Sud, arriva un film che insegna che tradire il proprio paese, quando quest’ultimo reca danni e dolore ad innocenti, è un dovere umano e civile. La storia è quella di una coppia di commercianti giapponesi, molto occidentalizzati, che decide di rischiare la vita e tradire il Giappone imperiale. Il tradimento consiste nel diffondere informazioni determinanti per l’entrata in guerra degli Stati Uniti. Si tratta di un racconto doveroso per il Giappone moderno, una storia importante per ridare una visione etica ad una fase storica oscura ed imbarazzante per la nazione.

Così come la Germania dovrà fare I conti per sempre con la memoria nazista, noi con quella fascista, il Giappone dovrà farlo con la Manciuria senza nulla togliere all’olocausto atomico dei vincitori ed alla sofferenza che ha prodotto al popolo giapponese più innocente. Kurosawa risponde con l’arte al pericoloso revisionismo governativo regalandoci un inno alla pace ed alla giustizia.

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