#RomaFF21: Notre Salut, la recensione del film di Emmanuel Marre

Le colpe: quelle degli “omuncoli” e dei dimenticati. Lasciati fuori dai libri di storia poiché smarriti nel trambusto, eppure fondamentali per la costruzione dei sadici giochi di potere. Ispirato da un vecchio carteggio ritrovato dei suoi bisnonni, il nuovo film di Emmanuel Marre, Notre Salut (trailer) presentato fuori concorso alla 21° edizione della Festa del Cinema di Roma, ci racconta la guerra attraverso i “comuni mortali”, lontano dalle figure mitizzate e dai grandi racconti che noi tutti conosciamo.

Henri Marre (Swann Arlaud) è un ingegnere che, dopo aver subito un fallimento economico, si reca a Vichy, nel cuore del regime collaborazionista, per trovare lavoro lontano dalla moglie Paulette (Sandrine Blancke) e dai suoi figli. In cerca di riscatto, riuscirà ad entrare nel Commissariato alla lotta contro la disoccupazione dove però dovrà affrontare le brutalità del sistema nazista.

Sulle marionette e i marionettisti nel traballare scomposto delle nostre esistenze. Chi muove i fili e chi, invece, viene mosso da essi? Forse, più che una marionetta Henri è un ingranaggio: inserito in un sistema oscuro che lo porta a far girare perpetuamente una macchina sistematica e minacciosa. Lo vediamo muoversi dapprima in cerca di lavoro, prono e teso sperando in qualche forma di successo. Regala e distribuisce un suo “libretto”: “Notre Salut”, da cui prende il titolo del film. Crede in un lavoro organizzato: l’uomo è un ingranaggio di una macchina produttiva dove il valore dell’individuo coincide con la sua funzione interna al sistema. Idea che lo porterà a lavorare negli uffici del commissariato del lavoro: nelle cattedre enormi, nei corridoi pregni di propaganda ove il fantasma del nazismo diviene un’eco sempre più stordente. In un mare di catalogazioni e tediose burocrazie, Henri diventa schiavo di un sistema marcio: organizza elogi a Philippe Pétain (quasi a voler dire “amami, poiché son servo tuo”), diventa complice della schedatura degli stranieri e, soprattutto, dei cittadini ebrei. Tutto è burocrazia: in una concezione quasi robotica e inumana del lavoro. Uomini che diventano (spesso loro malgrado) ingranaggi di una macchina di morte. Durante la retata degli ebrei a Tolosa, Henri organizza la logistica con camion e carburante (“Comme ça, on aura fait notre maximum”) per poterli trasferire nei campi di concentramento. Il sangue si gela: è il compito di un uomo grande diventato piccolo. Di chi è divorato dallo spettro del male, nello svolgersi incessante di regole nefaste.

Utilizzando una regia scrutatrice, quasi documentaristica, in costante inseguimento del corpo e del volto del protagonista, ci addentriamo nel quotidiano, adombrato dalle pieghe e dai meccanismi del sistema nazista. Seppur criticato aspramente nella sua struttura allungata, è proprio quest’ultima ad offrire una visione onesta e peculiare della storia. La camera è in costante inseguimento: seguiamo come spie il lavoro “del male”, senza censurare il quotidiano, narrando la vita come insieme indeterminato di cose. Il lavoro sull’immagine è impeccabile: sin dalle prime inquadrature Henri viene messo in scena come un soggetto disorientato in uno sfondo disorientante. Man mano riesce ad acquisire centralità, rimanendo tuttavia ai margini: senza mai una completa stabilità visiva. Il mezzo-cinema in Notre Salut agisce come medium indagatore. Quasi a sbilanciare un racconto dedito a fondamenti burocratici e letterali: incompatibili con le immagini. Eppure, Marre riesce a concepire una specie di danza eterea tra l’uomo e la macchina, lavorando su comparse e nascondimenti del protagonista. Come se tutto ciò che concerne la vita di Henri lo inondasse (come viene inondato il “visivo” a noi concesso), sommergendolo e trasformandolo in uno strumento: piccola goccia di un mare immenso.

Un bambino corre felice in un prato e il film finisce. Una corsa che sa di libertà e fanciullezza: quella negata a molti anche grazie al ruolo di Henri, colpevole indiretto del sistema. Pedine: gli “omuncoli” mortali costretti ad obbedire ai padroni. La domanda che ci pone il film nel finale è provocatoria: di chi sono le colpe? Il protagonista è un soggetto inconsapevole, una marionetta del potere oppure un protagonista diretto del genocidio e del regime? Quello dell’opera è un “male” che si presenta nella “banalità” della burocrazia. Ma cosa preme gli uomini? Cosa spinge i mortali a compiere tali azioni? Notre Salut riflette sulle responsabilità umane e lo fa senza scivolare in inutili piagnistei morali. Ma il risultato è sempre lo stesso: Henri Marre vive e aleggia senza una precisa presa di coscienza, venendo sfruttato da dinamiche sistemiche, quindi reso schiavo dal potere. Potere che aveva il compito di elevarlo: comportarsi da padre per potergli mostrare la via. Invece, Henri rimane figlio di una promessa smarrita, scomposto dalle viscide logiche del male: morto e sepolto sotto scartoffie ed enormi cattedre di legno.

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