Moonage Daydream, la recensione: viaggio nel pianeta alieno Bowie

Moonage Daydream, recensione

Moonage Daydream (trailer) è un film documentario diretto da Brett Morgen e distribuito dalla Universal Pictures. L’opera esplora profondamente la vita e la carriera di David Bowie, uno degli artisti più importanti degli ultimi cinquant’anni, partendo dalla fine degli anni ’60 arrivando fino ai giorni nostri. Il film può essere considerato una vera e propria giostra a tema Bowie, perché il grande lavoro che è stato fatto al montaggio e sound design fa perdere lo spettatore in un vortice di musica e luci, regalandogli un vero e proprio spettacolo sensoriale.

Dopo aver contemplato per un po’ l’universo, la cinepresa punta verso un pianeta oscuro e gli si avvicina, atterrando così sul mondo Bowie. Si parte dalla fine. Una scena tratta dal video ufficiale della sua Blackstar ci dà il benvenuto nell’immaginario dell’artista. Non solo ciò che ha creato, bensì anche le opere da cui ha pescato a piene mani per costruire le sue molteplici identità, come Metropolis e Il mago di Oz. Storie che raccontano di mondi irraggiungibili e misteriosi, proprio come voleva apparire Bowie, confessato da lui stesso in un’intervista dei primi anni ’70.

La magnificenza dell’immagine di David Bowie non è mai messa in discussione dal film. Il focus dell’opera non è soltanto sull’importanza di Bowie ma anche su chi, appassionato o no, si interrogava sull’identità dell’artista. E’ davvero un uomo venuto dalle stelle o semplicemente un personaggio? Quanto ha inciso la sua immagine pubblica sulla sua fama? E’ la tesi centrale di F for Fake di Orson Welles, quella per cui un’artista, per sopravvivere, è continuamente costretto a fingere. Forse anche Bowie è stato costretto a fingere per ricevere più attenzione, almeno nella prima parte di carriera. A questo dubbio non accenna nessuno, se non un presentatore televisivo che prova a sollevare la questione proprio di fronte a Bowie, in un’intervista raccolta nel film. Il dubbio, però, non trova una risposta. Forse perché, guardando il film, siamo persi nella capsula del tempo di Bowie stesso. Possiamo vedere solo ciò che lui vuole ricordare.

Un ulteriore punto di forza di Moonage Daydream è il fatto che sia composto soltanto da materiale d’archivio. Le interviste e le testimonianze registrate per l’occasione non trovano spazio in questo viaggio interdimensionale. E’ la storia a parlare per Bowie e grazie a questo aspetto il film ha un ritmo serrato ed esaltante. Sebbene il film sia così godibile, i sottotitoli, inevitabili, spezzano l’incantesimo che punta a sedurre il pubblico. In un cinema che ha come obbiettivo quello di narrare una storia di finzione, di creare certe esperienze, certe atmosfere, il doppiaggio è fondamentale. Questo permetterebbe di mantenere il patto di sospensione dell’incredulità tra autore e pubblico, ma soprattutto di godere a pieno dell’impatto visivo di un film senza dover continuamente distogliere l’attenzione dall’inquadratura per leggere una o più frasi. A quel punto, piuttosto che paragonare un frame ad un dipinto, dovremmo farlo con un cartellone pubblicitario.

In conclusione, chi è David Bowie? Da dove viene? Cercando di rispondere a queste domande, il film diventa un’esperienza cinematografica pura, che stimola i sensi dello spettatore e lo travolge col suo ritmo frenetico. Consigliatissimo.

Al cinema il 26, 27 e 28 settembre.

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