Licorice Pizza, la recensione: Paul Thomas Anderson fa ancora centro

Licorice Pizza, recensione: Paul Thomas Anderson fa ancora centro

Paul Thomas Anderson ritorna in sala e fa ancora centro. Lo fa con Licorice Pizza (trailer), nono lungometraggio di finzione del regista giunto a tre mesi di distanza dal debutto in patria. Tutto ciò che ci aspettavamo dal film il trailer lo annunciava bene: un simbolico ritorno al formato anamorfico 2:39.1 – perfetto per la sala – e l’ennesima immersione negli amati anni Settanta (dopo Boogie Nights e Vizio di forma). L’aspettativa era di ricevere un Anderson più intimo dopo le perfezioni formali e seducenti de Il filo nascosto. Così è stato.

Andiamo con ordine. Siamo a Encino, nella San Fernando Valley del 1973. La crisi petrolifera sta per giungere inaspettata. Gary e Alana, gli straordinariamente calati nella parte Cooper Hoffman (figlio di Phillip Seymour Hoffman) e Alana Haim (chitarrista del trio statunitense Haim), si incontrano in un liceo. Lui, 15 anni e aspirante showman; lei, 25 anni e assistente fotografa in cerca di un’occupazione più stabile.

L’incipit, come in ogni film di Anderson, è pressoché rivelatorio degli intenti del film. I due protagonisti si incontrano per la prima volta. L’introduzione viene affidata a un campo-controcampo sui tre quarti dell’asse, chiave per lo sviluppo del loro rapporto; ad un certo punto i due si fermano, e qui la sequenza tocca il suo apice in un’inquadratura: Alana, sulla sinistra, porge uno specchio a Gary per sistemarsi i capelli che, sulla destra e attraverso il riflesso, fissa gli occhi della ragazza (“la donna che sposerò”, dirà nella sequenza successiva).

Licorice Pizza, la recensione: Paul Thomas Anderson fa ancora centro

Il rapporto nasce e sboccia proprio qui, in questi piccoli istanti. E Licorice Pizza ne è pieno. La relazione tra Gary e Alana – passionale, erotica – cresce attraverso i silenzi delle loro telefonate, le prolungate esitazioni della macchina da presa sull’incrocio dei loro sguardi e la crescente intensità dell’illuminazione che li circonda (tecnica già utilizzata in Ubriaco d’amore, forse uno dei titoli che più torna in mente durante la visione). Attorno si sviluppa un paese furioso, ricco di personaggi consumati dal sogno cinematografico della Hollywood classica (Sean Penn e Tom Waits), dal proprio ego per relazioni con Barbra Streisand e una villetta in collina (Bradley Cooper).

Sembra veramente “la fine del mondo” questa Los Angeles, come griderà Gary sulle note di Life on Mars?, solo una delle perle presenti nella selezione musicale del film (che vede ancora una volta la presenza di Jonny Greenwood). O anche l’ultimo periodo prima della fine di un’incosciente adolescenza, come raccontava anche George Lucas in American Graffiti, e significativi qui sono i titoli di testa colorati di verde che richiamano la pellicola del 1973. Ancora: sempre in quell’anno usciva nelle sale Pat Garrett & Billy the Kid di Sam Peckinpah, riflessione lapidaria sulla fine del mito della frontiera – della wilderness – che affidava all’immagine del tramonto un ruolo chiave, così come fa Anderson nei titoli di coda di Licorice Pizza. Ma neanche possiamo dimenticare l’eterno Nashville di Robert Altman, sempre dietro l’angolo, presente nei raccordi di montaggio o nella descrizione del microcosmo losangelino.

È forte in questo titolo la demarcazione tra cinema (e il suo doppio) e realtà, così come centrale è l’esperienza in sala. Tutti gli elementi di Licorice Pizza convergono verso un’idea concreta di spettacolo cinematografico. La relazione tra Alana e Gary ha senso di esistere unicamente sullo schermo e così il loro incontro finale, la perfetta chiusura circolare della storia. È cinema perfettamente controllato, scritto e poi trasposto in ogni sua virgola quello di Paul Thomas Anderson, che però si libera in tutta la sua energia solo sullo schermo. È il trionfo dell’amore celebrato in una corsa a perdifiato, in uno sguardo che, anche solo per quell’istante, ci permette di sognare.

Possiamo finalmente dirlo: bentornato Paul, ci eri tanto mancato.

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